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Libano, piano per occupare Beirut: l’intelligence israeliana svela il progetto di Hezbollah

Un piano per occupare Beirut in caso di cessate il fuoco. È quanto emergerebbe da informazioni di intelligence arrivate al Mossad, secondo le quali Hezbollah avrebbe predisposto un’operazione articolata per prendere il controllo della capitale libanese approfittando dell’interruzione dei combattimenti. Il progetto, ricostruito da una fonte infiltrata, prevedeva il trasferimento dei combattenti ritirati dal sud del Paese e la loro redistribuzione a nord, est e nel centro di Beirut con l’obiettivo di bloccare le principali arterie e terrorizzare la popolazione. Il piano si articolava in più gruppi operativi. Il primo avrebbe dovuto assediare il palazzo governativo con l’appoggio di ufficiali e membri di una forza di sicurezza ritenuta collaborativa con il partito. In caso di fallimento dell’arresto del primo ministro Nawaf Salam, i miliziani avrebbero dispiegato lanciarazzi puntandoli verso il complesso governativo, con l’obiettivo finale di eliminarlo nella capitale. Un secondo gruppo aveva invece il compito di rapire il ministro Youssef Rjei e procedere alla sua esecuzione in modo non pubblico. Allo stesso tempo, piccoli nuclei operativi avrebbero affittato appartamenti nei pressi delle abitazioni di leader politici appartenenti ai partiti oppositori, con la missione di condurre una serie di assassinii mirati.
Secondo la ricostruzione, uno di questi appartamenti sarebbe stato affittato accanto alla casa della sorella del presidente Joseph Aoun, nello stesso edificio. Il marito della donna, indicato come comandante legato alla brigata al-Quds iraniana, sarebbe stato successivamente ucciso. Un’altra abitazione sarebbe stata presa in locazione vicino a un esponente delle Forze libanesi; anche in questo caso l’appartamento sarebbe stato affittato da una donna per conto di un membro della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Il quarto elemento del piano riguardava il coinvolgimento di ufficiali delle forze di sicurezza. Il loro compito sarebbe stato quello di chiudere le strade per impedire l’arrivo di rinforzi destinati a rompere l’assedio del palazzo governativo, oltre a effettuare arresti sulla base di una lista di direttori di istituzioni statali. La fase finale avrebbe previsto il bombardamento del palazzo presidenziale di Baabda e il suo successivo assedio per costringere il presidente Joseph Aoun alle dimissioni, con la minaccia esplicita di assassinio in caso di rifiuto. Nella ricostruzione dell’intelligence, Suleiman Frangieh sarebbe stato parte del progetto e avrebbe dovuto apparire prima dell’attacco su Beirut per annunciare la vittoria dell’asse, forte – secondo le fonti – della promessa della Guardia Rivoluzionaria di sostenerne la nomina a presidente del Libano.
Dietro questo piano si intravede il ruolo decisivo del sostegno iraniano. Hezbollah è infatti il principale alleato regionale di Teheran e riceve da anni finanziamenti, addestramento e armi attraverso la Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione. Diverse stime indicano che il sostegno economico iraniano si aggiri tra i 700 milioni e 1 miliardo di dollari all’anno, trasferiti tramite reti clandestine, contante, petrolio e società di copertura. Oltre ai trasferimenti diretti, l’Iran sostiene anche gli stipendi dei combattenti e i programmi sociali del movimento, elemento che rafforza il radicamento del partito nella comunità sciita libanese. Secondo recenti report, i miliziani ricevono compensi mensili finanziati da Teheran, mentre ulteriori fondi vengono canalizzati attraverso reti di evasione delle sanzioni e sistemi informali di trasferimento di denaro. Questo flusso finanziario non si limita all’aspetto militare. Dopo i conflitti, l’Iran ha contribuito anche ai programmi di ricostruzione e agli aiuti alle famiglie colpite, rafforzando la capacità di Hezbollah di operare come struttura parallela allo Stato libanese e consolidando la sua influenza politica e sociale. Il piano sarebbe stato interrotto dal monitoraggio israeliano di raduni di militanti e leader del partito all’interno di quartieri residenziali della capitale. Un’ora prima dell’avvio dell’operazione, sono cosi’ scattati raid intensi su Beirut, descritti come più ampi dell’operazione “Pager”.
Il bilancio indicato dalle fonti israeliane parla di circa 3.000 membri del partito tra morti e feriti e della distruzione di lanciarazzi installati nel centro della capitale. Il governo libanese, tuttavia, non ha confermato queste cifre, limitandosi a riconoscere circa 250 vittime civili. La vicenda lascia il governo libanese e il presidente Aoun in una posizione estremamente delicata. Le informazioni parlano di tradimenti e complicità all’interno delle forze di sicurezza e dell’esercito. Secondo la stessa ricostruzione, un eventuale ordine presidenziale di usare la forza contro Hezbollah potrebbe provocare la ribellione di una parte significativa dell’esercito, oltre a tensioni nelle forze di sicurezza e nella sicurezza generale. Anche un’epurazione degli apparati statali dagli elementi vicini al partito comporterebbe rischi elevati, con la possibilità di una rivolta politica e settaria, alimentata dall’accusa di interferenze nelle nomine della comunità sciita e dal rischio di proteste di piazza. In questo contesto, Beirut resta una capitale sospesa tra fragilità istituzionale, pressioni regionali e il peso decisivo del sostegno iraniano dietro l’equilibrio di potere interno.
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