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Usa-Iran, Trump valuta nuovi attacchi mentre il blocco di Hormuz strangola Teheran

L’amministrazione statunitense torna a considerare seriamente l’opzione militare contro l’Iran. Nelle ultime ore, il comandante del Centcom Brad Cooper e il capo degli Stati Maggiori riuniti Dan Caine hanno illustrato al presidente Donald Trump una serie di possibili scenari operativi, in un briefing durato circa tre quarti d’ora. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, tra le opzioni sul tavolo ci sarebbero attacchi rapidi e ad alta intensità, mirati soprattutto a infrastrutture strategiche, con l’obiettivo di rompere lo stallo negoziale o chiudere il conflitto con un’azione decisiva. Sul terreno, intanto, la tregua viene sfruttata da Teheran per riorganizzarsi. Fonti statunitensi indicano che la Repubblica islamica avrebbe avviato operazioni per recuperare missili e munizioni nascosti in bunker sotterranei o rimasti sepolti dopo i bombardamenti. L’intento sarebbe quello di ricostruire la capacità offensiva, in particolare droni e vettori balistici, per colpire obiettivi regionali qualora gli Stati Uniti decidessero di riaprire le ostilità. In questo contesto, la situazione economica iraniana continua a deteriorarsi sotto l’effetto del blocco dello Stretto di Hormuz. Per decenni Teheran ha resistito alle sanzioni vendendo greggio alla Cina e adottando strategie asimmetriche contro la superiorità militare americana. Tuttavia, la chiusura navale imposta dalla Marina Usa sta mettendo in crisi questo modello, privando il Paese della sua principale fonte di entrate.

All’inizio del conflitto, l’Iran aveva cercato di ribaltare gli equilibri attaccando le navi in transito nello Stretto, interrompendo una quota significativa dei flussi globali di petrolio e gas. La risposta americana è arrivata poche settimane dopo, con il blocco totale delle esportazioni marittime iraniane. Questa mossa ha di fatto neutralizzato la rete delle cosiddette “navi fantasma”, utilizzate per aggirare le sanzioni e trasferire clandestinamente petrolio verso l’Asia, in particolare verso la Cina. Il dispositivo militare statunitense ha impedito alle petroliere iraniane di superare il cordone navale, costringendole a ritirarsi o a rientrare nei porti di partenza. Come sottolineato da David Des Roches, ex funzionario del Pentagono, «Teheran è riuscita a destabilizzare il mercato, ma non a controllarlo», e ora deve fare i conti con le conseguenze del blocco. Le alternative logistiche appaiono limitate: solo una parte minoritaria del commercio iraniano può essere dirottata su rotte terrestri o ferroviarie. Nel frattempo, all’interno del sistema politico si acuisce lo scontro tra l’ala pragmatica, guidata dal presidente Masoud Pezeshkian, e i falchi vicini all’establishment più conservatore. I primi spingono per un accordo rapido con Washington, temendo il collasso economico e l’erosione del consenso interno; i secondi ritengono invece necessario rilanciare l’escalation militare per aumentare la pressione sugli Stati Uniti, anche attraverso un rialzo dei prezzi energetici. La retorica del regime resta aggressiva. Un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha minacciato apertamente gli Stati Uniti, mentre analisti regionali osservano come a Teheran il blocco venga ormai percepito come una vera e propria forma di guerra. Non mancano segnali di ulteriore escalation: ambienti legati alle Guardie Rivoluzionarie evocano l’uso di armi non convenzionali contro le navi americane e persino attacchi alle infrastrutture digitali globali, come i cavi sottomarini che attraversano Hormuz.
Sul piano diplomatico, l’Iran ha avanzato una proposta ai mediatori regionali per cessare le operazioni nello Stretto in cambio della fine del blocco e del rinvio dei negoziati sul nucleare. Tuttavia, la Casa Bianca sembra orientata a prolungare la pressione: lo stesso Trump ha definito il blocco «estremamente efficace», lasciando intendere che potrebbe restare in vigore fino a concessioni significative da parte iraniana. I dati operativi confermano l’impatto della strategia americana: decine di navi commerciali iraniane sono state costrette a invertire la rotta, mentre non risultano esportazioni di petrolio riuscite a superare il blocco. Con una flotta convenzionale in gran parte distrutta e un’economia sempre più fragile, Teheran scommette che sarà Washington a cedere per prima sotto la pressione dei mercati energetici globali. Gli Stati Uniti, al contrario, puntano sull’aggravarsi della crisi interna iraniana. Il costo della guerra per l’Iran è già elevatissimo: disoccupazione in aumento, inflazione fuori controllo, interruzioni prolungate della rete e una valuta in caduta libera. Il rischio, ora, è che la crisi economica si trasformi in un fattore destabilizzante interno, accelerando le decisioni politiche di un Paese sempre più stretto tra pressione militare e collasso finanziario.
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