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Iran, record di esecuzioni nel 2025: oltre 1.600 impiccagioni e timori di una nuova ondata repressiva

Le ONG denunciano numeri senza precedenti dalla fine degli anni ’80. Dopo le proteste e la guerra, cresce il rischio di un uso ancora più massiccio della pena capitale. Ma sulle vittime iraniane cala il silenzio internazionale.
Nel silenzio quasi totale della comunità internazionale, l’Iran registra un nuovo, drammatico primato: nel 2025 le autorità della Repubblica Islamica hanno messo a morte almeno 1.639 persone. Si tratta del dato più alto degli ultimi decenni, secondo quanto documentato da due organizzazioni non governative impegnate nel monitoraggio della pena capitale, che parlano apertamente di una deriva sempre più sistematica e strutturata della repressione. Il bilancio emerge dal rapporto congiunto di Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, che evidenziano un incremento impressionante rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, le esecuzioni erano state 975: l’aumento registrato nel giro di dodici mesi supera il 68%, un balzo che non trova riscontri recenti e che segnala un cambio di passo nella gestione del dissenso interno. Tra le vittime figurano anche 48 donne, impiccate nel corso dell’anno, in un contesto che le organizzazioni definiscono sempre più opaco e repressivo. Le esecuzioni, spesso effettuate tramite impiccagione, vengono in molti casi portate avanti senza alcuna trasparenza, lontano dagli occhi dell’opinione pubblica e senza comunicazioni ufficiali. Secondo gli autori del dossier, il numero reale potrebbe essere persino più alto: molte esecuzioni non vengono rese pubbliche dalle autorità iraniane e sfuggono ai canali ufficiali. Per questo, il dato fornito viene considerato «una stima minima», costruita sulla base di verifiche incrociate tra fonti indipendenti. La media è impressionante: oltre quattro esecuzioni al giorno. Un ritmo che non si registrava dalla fine degli anni Ottanta, nei primi anni successivi alla Rivoluzione islamica, e che rappresenta il picco più alto da quando il monitoraggio sistematico è iniziato nel 2008. Un dato che, da solo, restituisce la misura di una macchina repressiva che sembra essersi rimessa in moto con intensità crescente.
Secondo il rapporto, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente. Se il regime dovesse superare l’attuale fase di crisi, segnata sia dalle tensioni interne sia dal confronto militare con Israele e Stati Uniti, la pena capitale potrebbe trasformarsi ancora di più in uno strumento sistematico di controllo politico. Non più soltanto una sanzione penale, ma un mezzo per intimidire, colpire e neutralizzare qualsiasi forma di opposizione. In particolare, cresce la preoccupazione per il destino dei manifestanti arrestati dopo le proteste del gennaio 2026. Le ONG parlano apertamente di centinaia di detenuti che rischiano la condanna a morte, accusati di reati capitali legati alle manifestazioni contro il governo. Proteste che hanno scosso diverse città iraniane e che sono state represse con estrema durezza: le organizzazioni per i diritti umani denunciano migliaia di vittime e decine di migliaia di arresti in tutto il Paese. Il timore, condiviso dagli osservatori internazionali, è che il sistema giudiziario iraniano venga utilizzato come strumento di vendetta politica, con processi sommari e accuse spesso costruite per colpire attivisti, oppositori e semplici cittadini scesi in piazza. In questo quadro, la pena di morte diventa il tassello finale di una strategia più ampia di controllo e repressione. Eppure, a fronte di questi numeri, la reazione internazionale appare debole, frammentata, quasi inesistente. Non si registrano mobilitazioni di massa nelle principali capitali occidentali, né cortei paragonabili a quelli organizzati per altre crisi internazionali. Non si vedono iniziative simboliche, campagne globali o azioni dimostrative come le flottiglie umanitarie che in altri contesti hanno attirato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Le vittime iraniane restano così, nella maggior parte dei casi, senza voce e senza visibilità. Un’assenza che alimenta il sospetto di un doppio standard nella percezione delle crisi umanitarie: alcune tragedie diventano immediatamente globali, altre rimangono confinate ai margini del dibattito pubblico. Questo squilibrio si riflette anche nella copertura mediatica, spesso discontinua e incapace di mantenere alta l’attenzione su quanto accade all’interno dell’Iran. E mentre l’attenzione si concentra sulle dinamiche geopolitiche e sul confronto militare nella regione, la repressione interna continua a crescere, quasi indisturbata. Il risultato è un quadro sempre più cupo: da un lato un regime che intensifica l’uso della pena capitale come strumento di controllo, dall’altro una comunità internazionale che fatica a reagire con la stessa intensità mostrata in altri scenari. In mezzo, migliaia di vite spezzate, spesso nel silenzio più totale.
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1 Comment
Grazie immensamente caro signor Stefano Piazza. La repressione interna è il pilastro principale per la sopravvivenza del regime terroristico degli ayatollah. Purtroppo le cancellerie occidentali hanno chiuso entrambi occhi su questa drammatica realtà e tutto ciò ci ha portato ad assistere ad una guerra di cui ancora una volta il popolo iraniano e’ il principale vittima ed in particolare i prigionieri politici. Grazie ancora per il suo straordinario pezzo.