
Ucraina, la controffensiva nel Sud-Est rallenta Mosca: guerra lunga, perdite altissime e partita ancora aperta
Iran, l’opposizione si spacca: il ruolo divisivo di Reza Pahlavi

Reza Pahlavi è da anni uno dei volti più riconoscibili dell’opposizione iraniana in esilio. Ma se la notorietà è indiscutibile, altrettanto lo è la sua natura profondamente divisiva. Le recenti dichiarazioni contro l’alleanza dei partiti curdi iraniani hanno riportato in superficie una frattura strutturale che attraversa tutto il fronte anti-regime. La nascita di una coalizione tra cinque partiti del Kurdistan iraniano, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica islamica e costruire un sistema democratico e laico capace di riconoscere i diritti delle diverse nazionalità e confessioni del Paese, avrebbe potuto rappresentare un tassello nel mosaico dell’opposizione. Invece è diventata l’ennesima linea di frattura. Pahlavi ha reagito con toni durissimi, bollando l’iniziativa come espressione di “separatismo” e indicando l’integrità territoriale dell’Iran come una linea rossa invalicabile. L’evocazione del ruolo dell’esercito nella difesa dell’unità nazionale ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. È proprio questo passaggio ad aver alimentato le accuse più pesanti: per molti oppositori, il linguaggio utilizzato richiama un’impostazione securitaria più che una visione inclusiva del futuro assetto statale.
Una leadership che divide e il rischio frammentazione
Il nodo centrale non è soltanto il merito della questione curda, ma la concezione dello Stato che emerge dalle parole dell’ex principe ereditario. Invece di proporsi come figura di sintesi tra anime diverse — monarchici, repubblicani, laici, minoranze etniche — Pahlavi finisce per polarizzare il dibattito.Per una parte dei suoi sostenitori rappresenta la continuità con un Iran pre-1979, percepito come più stabile e proiettato verso l’Occidente. Per altri, incarna il rischio di un ritorno a un centralismo autoritario incapace di riconoscere pienamente la pluralità etnica e politica del Paese. È su questo crinale che la sua figura diventa divisiva: non solo per ciò che dice, ma per ciò che simbolicamente rappresenta. La reazione delle forze curde e di altre componenti dell’opposizione è stata netta. L’accusa è che un Iran post-teocratico non possa nascere riproponendo logiche di repressione o riducendo le rivendicazioni politiche a questioni di ordine pubblico. In altre parole, la fine della Repubblica islamica non può tradursi in un semplice cambio di élite, lasciando intatta la struttura centralista del potere.In questo contesto si inserisce anche la posizione del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran, guidato da Maryam Rajavi, che propone una repubblica democratica fondata sulla separazione tra religione e Stato e sul riconoscimento dell’autonomia delle nazionalità. Una visione che si colloca in aperto contrasto con qualsiasi ipotesi di restaurazione monarchica o di forte centralismo.
Un vantaggio per il regime
La conseguenza politica di questa dinamica è evidente: un’opposizione frammentata fatica a presentarsi come alternativa credibile e coesa. Il regime, pur attraversato da tensioni interne e proteste, beneficia indirettamente di un fronte avversario incapace di convergere su un progetto condiviso di Stato. Il carattere divisivo di Reza Pahlavi non è dunque un elemento secondario, ma un fattore strategico. In un momento storico in cui l’Iran si trova a un possibile punto di svolta, la leadership dell’opposizione richiede capacità di inclusione, compromesso e visione federativa o comunque pluralista. Ogni irrigidimento identitario o evocazione muscolare rischia invece di approfondire le linee di frattura. La domanda di fondo resta aperta: può una figura così polarizzante guidare un processo di transizione che richiede consenso trasversale? O il suo protagonismo finirà per consolidare l’idea che l’alternativa alla teocrazia sia un altro modello incapace di fare i conti con la complessità dell’Iran contemporaneo? La risposta è fin troppo facile e a rendere il quadro ancora più controverso è il sostegno che Pahlavi riceve in alcuni ambienti occidentali. In particolare, appare difficilmente comprensibile come diverse associazioni italiane dichiaratamente pro-Israele si siano progressivamente appiattite su un sostegno quasi acritico alla sua figura.
@riproduzione riservata

1 Comment
Il popolo iraniano non guarda al passato e vuole gettare via il presente ma guarda al futuro con una repubblica democratica libera e laica.