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Cosa sta succedendo in Iran? RTL 102.5 14 marzo 2026
Gli esperti del giorno dopo: la geopolitica spiegata da chi «l’aveva previsto»

Ogni guerra produce una nuova categoria di commentatori: quelli che, a conflitto iniziato, assicurano di aver capito tutto prima degli altri.
Ogni guerra genera anche un fenomeno collaterale che non compare nei bollettini militari. È l’improvvisa proliferazione di sedicenti esperti di Iran, Medio Oriente o geopolitica globale. Personaggi che, all’indomani di ogni crisi, compaiono sui social, nei talk show o sulle piattaforme digitali per spiegare che tutto ciò che sta accadendo era stato previsto da loro. La formula è sempre la stessa: «Io l’avevo detto», «come avevo previsto», «era inevitabile». Frasi pronunciate con sicurezza, spesso senza che esista alcuna traccia concreta di quelle presunte previsioni. Il meccanismo si ripete a ogni conflitto. Gli stessi commentatori che ieri parlavano della guerra in Ucraina diventano oggi specialisti dell’Iran. Prima ancora erano analisti della Siria, dell’Afghanistan o della Libia. Il teatro cambia, ma gli interpreti restano gli stessi. La geopolitica, disciplina complessa che richiede anni di studio, conoscenza storica, culturale e linguistica dei Paesi coinvolti, viene così ridotta a un esercizio di opinione. Basta qualche formula suggestiva, qualche parola chiave — equilibri regionali, escalation, deterrenza — per costruire l’apparenza di un’analisi.Ma ascoltandoli con attenzione emerge un altro elemento: quasi sempre non dicono nulla di concreto. I discorsi si muovono tra frasi generiche, formule vaghe e concetti ripetuti all’infinito. Più che analisi originali, sembrano rielaborazioni superficiali di tesi lette altrove, ripetute senza comprenderne davvero il significato. Cambiano le parole, ma il contenuto resta indistinto. Alla fine del ragionamento lo spettatore ha la sensazione di aver ascoltato molto, senza però aver capito nulla di più.
Accanto a questa folla di analisti improvvisati, negli ultimi anni è comparsa anche un’altra figura ormai immancabile nel circo mediatico delle guerre: quella dei sedicenti ex insider. Ex comandanti militari, presunti ex membri del Mossad, ex agenti dei servizi segreti, ex consulenti di apparati che nessuno è in grado di verificare davvero. Titoli che vengono esibiti come una patente di competenza automatica. Il copione è sempre lo stesso. L’ospite viene presentato con una lunga sfilza di qualifiche altisonanti e da quel momento ogni frase assume il peso di una rivelazione strategica. Il problema è che, ascoltando con attenzione, anche in questo caso il contenuto si rivela sorprendentemente povero. Discorsi pieni di allusioni, mezze frasi, riferimenti generici a “fonti” e “informazioni sensibili” che però non portano mai a una vera spiegazione. La parola “ex” diventa così una sorta di lasciapassare che permette di commentare qualsiasi crisi internazionale con la sicurezza di chi sostiene di conoscere segreti che non può rivelare. Il risultato è spesso un racconto pieno di mistero ma povero di contenuti. Il dibattito pubblico finisce così per riempirsi di analisi che inseguono l’attualità minuto per minuto. In questo contesto emerge una figura ormai familiare: l’esperto universale di crisi internazionali. Non importa quale sia il Paese al centro della scena. Lo stesso analista può commentare nello stesso giorno l’Iran, la Russia, la Cina o il Sahel africano con identica sicurezza. La storia recente dimostra però quanto sia difficile prevedere davvero gli sviluppi dei conflitti. Molti analisti non avevano anticipato l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. L’attacco di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023 ha sorpreso gran parte degli osservatori internazionali. Anche l’evoluzione della crisi iraniana continua a essere incerta e complessa. Nonostante questo, ogni nuova fase della guerra produce una quantità crescente di interpretazioni retrospettive. Eventi già accaduti vengono presentati come se fossero stati previsti con largo anticipo. È la geopolitica raccontata dopo i fatti. Il fenomeno è alimentato anche dalla velocità dell’informazione contemporanea. Nei social network e nei dibattiti televisivi conta spesso più la rapidità dell’opinione che la solidità dell’analisi. L’importante è intervenire subito, offrire una spiegazione immediata e presentarsi come interpreti privilegiati degli eventi. In mezzo a questo rumore mediatico restano spesso in secondo piano gli studiosi che lavorano con metodo e prudenza. Chi conosce davvero le dinamiche delle relazioni internazionali sa che i conflitti sono fenomeni complessi, influenzati da fattori storici, politici ed economici difficili da ridurre a una formula.Per questo motivo gli analisti più seri evitano le profezie. Chi studia davvero la geopolitica raramente sostiene di aver previsto tutto. Sa che le guerre, per loro natura, sono piene di variabili imprevedibili. Ed è proprio questa consapevolezza che distingue l’analisi dalla semplice opinione.
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5 Comments
Ciao Stefano. Questo tema é di grande importanza ed interesse per me come ticinese che é appena rimpatriato dopo trent’anni di vita in California.
Mi piacerebbe avere un caffè in Piazza con te, se per caso la prossima volta nel sopraceneri ti trovassi ad Asxona.
Straordinariamente straordinaria analisi 🌹🌹🌹🌹🌹🌹🌹
Grazie
Grazie. Aggiungerei che il problema sta tanto nei presunti esperti quanto nei sedicenti giornalisti che danno loro la parola…
Assolutamente !