
ONU sotto accusa: il report di UN Watch denuncia relatori «ideologizzati» e ossessionati da Israele
ONU e Gaza, il dossier che accusa le Nazioni Unite: «Dati manipolati e narrativa favorevole ad Hamas»

di Stefano Piazza – Elisa Garfagna
Un rapporto pubblicato nel maggio 2026 sostiene che diverse agenzie delle Nazioni Unite hanno diffuso informazioni non verificate, statistiche fuorvianti e ricostruzioni parziali sulla guerra di Gaza. Al centro delle accuse il l’utilizzo di dati provenienti da fonti controllate da Hamas e la mancata correzione di informazioni successivamente contestate. La guerra di Gaza non si è combattuta soltanto sul terreno, tra bombardamenti, operazioni militari, ostaggi e corridoi umanitari. Parallelamente si è sviluppato un conflitto altrettanto importante: quello dell’informazione. Ed è proprio su questo fronte che si concentra un nuovo dossier pubblicato nel maggio 2026 con il titolo “Laundering Propaganda: How UN actors manipulated information in the Gaza War (2023-2025)“, un documento destinato ad alimentare polemiche e dibattiti sul ruolo delle Nazioni Unite durante il conflitto scoppiato dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Gli autori del rapporto sostengono che una parte significativa dell’apparato informativo dell’ONU ha progressivamente abbandonato i principi di neutralità, imparzialità e verifica delle fonti che dovrebbero caratterizzare ogni organizzazione internazionale. Secondo il dossier, il risultato è stata la costruzione di una narrativa fortemente critica nei confronti di Israele e, al tempo stesso, indulgente verso Hamas, con conseguenze che hanno influenzato governi, organismi internazionali, media, università e persino tribunali. La tesi centrale del documento è che le Nazioni Unite sono diventate il principale moltiplicatore globale delle informazioni provenienti dalla Striscia di Gaza. Fin dai primi giorni della guerra, migliaia di rapporti, comunicati, briefing e aggiornamenti pubblicati da agenzie come OCHA, OMS, UNICEF e UNRWA sono stati utilizzati da giornalisti, diplomatici e analisti come fonti autorevoli per comprendere l’evoluzione della crisi umanitaria. Secondo gli autori, proprio questa enorme autorevolezza ha reso ancora più gravi gli errori e le presunte distorsioni contenute in numerosi documenti ufficiali.
Al centro dell’analisi compare il concetto di data laundering, letteralmente «lavaggio dei dati». Il meccanismo descritto nel rapporto sarebbe relativamente semplice. In una prima fase, un organismo dell’ONU pubblica informazioni provenienti da enti controllati da Hamas, come il Ministero della Salute di Gaza, il Government Media Office o altri apparati amministrativi della Striscia. Successivamente, altri uffici delle Nazioni Unite riprendono quelle informazioni citando come fonte il precedente organismo ONU e non più l’ente originario. Alla fine del processo, governi, media e organizzazioni internazionali finiscono per attribuire quei dati genericamente all’ONU, considerandoli implicitamente verificati e indipendenti. Secondo gli autori del dossier, questo meccanismo ha consentito a informazioni provenienti da una delle parti coinvolte nel conflitto di acquisire il prestigio e la credibilità dell’intera organizzazione internazionale.
Il caso dell’ospedale Al-Ahli
Uno dei casi simbolo riguarda l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli, avvenuta il 17 ottobre 2023. Nelle ore immediatamente successive all’incidente, le autorità di Gaza sostennero che un bombardamento israeliano avesse provocato centinaia di vittime all’interno del complesso ospedaliero. La cifra inizialmente diffusa parlava di circa 500 morti, successivamente ridotti a 471. Quelle informazioni fecero rapidamente il giro del mondo, provocando proteste internazionali, condanne diplomatiche e una fortissima pressione politica su Israele. Tuttavia, nei giorni successivi, numerose analisi indipendenti, condotte da servizi di intelligence occidentali, governi europei, esperti militari e organizzazioni internazionali indicarono uno scenario diverso, attribuendo l’esplosione a un razzo palestinese lanciato erroneamente e mettendo in dubbio il numero delle vittime. Il rapporto sostiene che, nonostante l’emergere di queste evidenze, alcuni database e documenti ONU abbiano continuato a riportare le cifre originarie senza una revisione sostanziale, contribuendo a consolidare una narrativa ormai contestata da numerosi osservatori. Ma il dossier non si limita a contestare la gestione di singoli episodi. Gli autori sostengono che il problema sia stato sistemico e ha riguardato numerosi aspetti della narrazione della guerra. Tra gli esempi citati figurano i dati sulle vittime civili diffusi dal fantasmagorico Ministero della Salute di Gaza e successivamente ripresi da diverse agenzie ONU senza una chiara distinzione tra combattenti e non combattenti. Secondo il rapporto, alcune statistiche sono state successivamente riviste o corrette, ma le precedenti versioni dei documenti sono rimaste accessibili online senza adeguate precisazioni.
I numero gonfiati su donne e minori
Nel mirino finiscono anche le cifre relative alle donne e ai minori uccisi. Gli autori sostengono che alcune revisioni effettuate nel corso del conflitto hanno prodotto discrepanze numeriche significative tra i dati pubblicati nel 2024 e quelli diffusi l’anno successivo, alimentando dubbi sulla metodologia utilizzata per la raccolta delle informazioni. Una delle polemiche più note riguarda la dichiarazione del responsabile umanitario dell’ONU Tom Fletcher, secondo cui 14.000 bambini avrebbero rischiato di morire entro 48 ore in assenza di aiuti umanitari. Il dossier afferma che tale cifra derivasse da una proiezione annuale sui casi di malnutrizione grave e che sia stata trasformata in una previsione imminente di decessi. Dopo le contestazioni internazionali, lo stesso Fletcher espresse pubblicamente rammarico per quella formulazione. Ma il danno era fatto. Ampio spazio viene dedicato anche alla questione dei bambini amputati nella Striscia. Secondo gli autori, funzionari ONU e organizzazioni umanitarie hanno diffuso l’affermazione secondo cui dieci minori al giorno perdessero uno o entrambi gli arti e che Gaza ospitasse il più alto numero di bambini amputati della storia moderna. Il rapporto sostiene che tali dichiarazioni non sono supportate da adeguate analisi comparative e che i dati successivamente pubblicati dalle autorità sanitarie palestinesi mostrano numeri molto inferiori rispetto alle stime iniziali. Un’altra contestazione riguarda la gestione delle informazioni sulla malnutrizione. Il dossier cita un rapporto ONU che parlava di 57 bambini morti per fame dopo la sospensione degli aiuti del marzo 2025. Secondo gli autori, il dato è stato presentato in maniera fuorviante poiché si riferiva in realtà al numero complessivo di decessi attribuiti alla malnutrizione dall’inizio della guerra e non esclusivamente al periodo successivo al blocco degli aiuti. Le critiche investono inoltre il racconto dei danni alle infrastrutture civili. Secondo il documento, alcune stime diffuse nei primi mesi del conflitto hanno contribuito alla diffusione della teoria del cosiddetto «domicidio», cioè la distruzione sistematica delle abitazioni palestinesi, attraverso l’utilizzo di dati provenienti da ministeri controllati da Hamas e non adeguatamente verificati da organismi indipendenti.
Il falso racconto sugli aiuti umanitari
Una parte consistente del documento è dedicata alla questione umanitaria e, in particolare, alla distribuzione degli aiuti. Secondo il dossier, l’ONU ha fornito una rappresentazione parziale dei flussi di assistenza entrati nella Striscia. Gli autori citano il caso del maggio 2024, quando diversi rapporti ONU parlarono di un crollo delle consegne di aiuti dopo l’avvio dell’operazione israeliana a Rafah. Tuttavia, confrontando i dati pubblicati successivamente dall’OCHA con quelli diffusi dal Coordinatore delle attività governative israeliane nei territori, il COGAT, emergono differenze significative. Secondo il rapporto, il volume reale degli aiuti entrati a Gaza è stato considerevolmente superiore rispetto a quanto percepito dall’opinione pubblica internazionale in quel momento. Per gli autori, tali discrepanze hanno alimentato accuse di carestia deliberata e di utilizzo della fame come arma di guerra, accuse che hanno avuto un impatto enorme sul piano politico e diplomatico. Il rapporto accusa infine le Nazioni Unite di aver dedicato un’attenzione insufficiente a temi quali l’appropriazione degli aiuti umanitari da parte di Hamas, l’utilizzo di scuole, ospedali e infrastrutture civili per attività militari, gli ostacoli alle evacuazioni della popolazione e le condizioni degli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia. Queste omissioni hanno contribuito a fornire una rappresentazione incompleta delle cause e delle dinamiche della crisi umanitaria.Nelle conclusioni il rapporto parla apertamente di «fallimento istituzionale» e invita le Nazioni Unite ad avviare una revisione completa delle informazioni diffuse durante la guerra. Gli autori chiedono correzioni pubbliche, maggiore trasparenza sulle fonti utilizzate e nuovi meccanismi di controllo per evitare che episodi simili possano ripetersi in futuro. Al di là delle polemiche e delle inevitabili contestazioni che il dossier susciterà, il documento riapre una questione destinata a restare centrale anche dopo la fine delle operazioni militari: chi controlla la narrazione dei conflitti contemporanei e quanto siano realmente affidabili le informazioni che influenzano governi, opinione pubblica e decisioni internazionali. In un’epoca in cui la battaglia per il consenso globale è diventata quasi importante quanto quella combattuta sul terreno, la credibilità delle fonti non rappresenta soltanto un problema giornalistico, ma un elemento strategico capace di incidere sugli equilibri geopolitici mondiali.

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