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Abbas Araghchi, l’uomo sbagliato al posto sbagliato: così ha fatto naufragare il negoziato sul nucleare iraniano

Nel pieno di una delle fasi più delicate della crisi tra Washington e Teheran, la figura di Abbas Araghchi emerge non come quella di un mediatore capace di gestire la complessità, ma come il simbolo di una diplomazia irrigidita, ideologica, incapace di leggere il contesto. I fatti emersi dopo l’ultimo incontro negoziale di Ginevra raccontano molto più di una semplice tensione al tavolo delle trattative: descrivono uno scontro frontale tra due visioni inconciliabili e mettono in luce l’inadeguatezza del capo della diplomazia iraniana in un momento in cui servirebbe sangue freddo e realismo. Secondo quanto riferito da un alto funzionario dell’amministrazione statunitense citato da NBC News, il vertice di giovedì a Ginevra si è svolto in un clima tutt’altro che costruttivo. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri del governo di Teheran, avrebbe rivendicato con forza il «diritto inalienabile» dell’Iran ad arricchire l’uranio. Una posizione presentata non come base negoziale, ma come principio non negoziabile. La replica americana, affidata all’inviato speciale Steve Witkoff, è stata speculare e altrettanto netta: se l’Iran rivendica un diritto inalienabile all’arricchimento, gli Stati Uniti rivendicano un diritto altrettanto inalienabile a impedirlo.
Lo scontro non è rimasto confinato al piano dialettico. Dopo aver ascoltato le richieste statunitensi, Araghchi avrebbe alzato i toni fino a urlare contro Witkoff, che era accompagnato, tra gli altri, da Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump. Un comportamento che, se confermato, rappresenterebbe un segnale politico preciso: non la fermezza di chi difende una posizione nazionale, ma l’irrigidimento emotivo di chi non intende realmente trattare. La scena raccontata dal funzionario americano è emblematica. «Se preferisce, posso andarmene», avrebbe detto Witkoff di fronte all’escalation verbale. Poco dopo, la delegazione statunitense avrebbe riferito l’accaduto direttamente a Trump, che si sarebbe detto «sconcertato». Nel giro di poche ore, il quadro è precipitato: sabato mattina, gli Stati Uniti erano in guerra. È in questa sequenza che si misura la portata dell’errore politico. La diplomazia, soprattutto su dossier sensibili come il nucleare iraniano, vive di equilibrio, ambiguità costruttive, aperture graduali. Non di proclami assoluti. Witkoff ha successivamente spiegato che Teheran avrebbe «valutato male la squadra di Trump», ritenendo di poter esercitare pressioni o forzature. «È stato piuttosto sciocco, pensavano di poter usare la forza contro di noi», ha dichiarato l’inviato americano. Ancora più significativa è la proposta avanzata da Washington durante i colloqui: dieci anni senza alcun arricchimento di uranio da parte iraniana, con la garanzia che gli Stati Uniti avrebbero pagato il combustibile necessario. Un’offerta che, in termini negoziali, avrebbe potuto rappresentare una base di discussione, un punto di partenza. È stata respinta.
Qui emerge il nodo politico centrale. Un ministro degli Esteri, per definizione, è chiamato a esplorare soluzioni, a modulare le posizioni, a individuare margini di compromesso che salvaguardino l’interesse nazionale evitando il conflitto. Araghchi, invece, sembra aver scelto la strada opposta: trasformare un tavolo negoziale in un terreno di scontro ideologico. Ma c’è un elemento ancora più grave. Non rendersi conto di essere seduti al tavolo con la più grande potenza militare del mondo rappresenta un errore imperdonabile per chiunque ricopra un incarico di tale responsabilità. La diplomazia non è un esercizio retorico, è la gestione dei rapporti di forza. Ignorare – o fingere di ignorare – l’asimmetria strategica tra Stati Uniti e Iran significa esporsi a conseguenze che vanno ben oltre la polemica verbale. Significa sottovalutare la capacità di reazione dell’avversario, leggere in modo distorto la deterrenza e scambiare la propaganda interna per strategia internazionale. Il problema non è difendere il diritto iraniano a sviluppare il proprio programma nucleare entro certi limiti. Il problema è farlo ignorando il contesto strategico. L’Iran si trova sotto pressione militare e sanzionatoria, con un’economia provata e una regione sempre più compatta nel contenimento dell’espansione iraniana. In questo scenario, la rigidità assoluta rischia di essere non un atto di forza, ma un errore di calcolo.
La diplomazia non è un’arena per dimostrare purezza rivoluzionaria. È uno strumento per evitare che le crisi degenerino. Se, come riportato, Araghchi ha reagito con urla e chiusure di principio a una proposta negoziale articolata, allora il problema non è solo politico ma culturale: la confusione tra ideologia e interesse nazionale. Teheran avrebbe bisogno di un ministro capace di comprendere che il mondo attorno è cambiato, che la deterrenza non si costruisce solo con dichiarazioni di principio, che il margine di manovra si restringe quando si sottovaluta l’avversario. Invece, l’immagine che emerge è quella di un dirigente convinto che la fermezza coincida con l’intransigenza e che il negoziato sia un palcoscenico per ribadire dogmi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un tavolo saltato, una guerra esplosa, un’escalation che forse avrebbe potuto essere gestita diversamente. In diplomazia, sbagliare tono può significare sbagliare strategia. E in questo momento storico, Abbas Araghchi appare sempre più come la persona sbagliata nel posto sbagliato: non un architetto di soluzioni, ma un interprete di una linea ideologica incapace di adattarsi alla realtà dei rapporti di forza globali.
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