
Golfo compatto contro Teheran: l’isolamento regionale certifica il fallimento strategico dei mullah

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Israele e Stati Uniti intensificano l’offensiva contro Iran e Hezbollah

Nelle ultime quarantotto ore l’offensiva congiunta di Israele e Stati Uniti contro obiettivi legati all’Iran ha raggiunto un’intensità senza precedenti. Secondo una fonte di vertice dell’apparato difensivo israeliano, il volume di armamenti impiegati in due giorni sarebbe superiore a quello utilizzato nell’intera operazione dello scorso giugno. A Ynet è stato riferito che l’aeronautica israeliana avrebbe sganciato oltre 2.300 ordigni, mentre le forze statunitensi ne avrebbero impiegati circa 1.500 nello stesso arco temporale. L’avvio delle operazioni – annunciate sabato scorso da Washington e Gerusalemme – ha segnato un salto di qualità nello scontro diretto con Teheran. Nello stesso giorno è stata confermata l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, evento che ha ridefinito gli equilibri interni della Repubblica islamica e accelerato l’escalation regionale. Sul piano operativo, le Forze di difesa israeliane hanno comunicato l’eliminazione di Sayed Yahya Hamidi, vice ministro iraniano dell’Intelligence con delega agli “affari israeliani”, e di Jalal Pour Hossein, capo della divisione spionaggio dello stesso ministero. In una nota ufficiale, il portavoce militare ha reso noto che durante le operazioni nella Striscia di Gaza sarebbero stati scoperti documenti attestanti tentativi ripetuti di istituire una cabina di regia congiunta tra Hezbollah, Hamas e le Guardie della Rivoluzione islamica in Libano, sotto la supervisione del ministero dell’Intelligence di Teheran. Secondo Israele, quel dicastero – colpito da anni da sanzioni statunitensi – costituisce uno dei pilastri del sistema di controllo interno del regime, incaricato di sorvegliare la popolazione e di fornire le informazioni utilizzate per reprimere le proteste. L’escalation si è rapidamente estesa al Libano. Dopo il lancio di missili e droni verso il territorio israeliano da parte del movimento filo-iraniano, Israele ha annunciato di aver avviato un’offensiva su larga scala contro Hezbollah. «Di recente, l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi su larga scala contro obiettivi dell’organizzazione terroristica Hezbollah nel Libano meridionale» si legge in una dichiarazione militare, secondo cui «più di 70 depositi di armi, siti di lancio e lanciamissili» sono stati distrutti in diverse località. Nella notte tra domenica e lunedì un raid israeliano ha colpito la periferia sud di Beirut, in particolare il quartiere di Dahieh, roccaforte del movimento sciita. In quell’attacco è stato ucciso Hussein Makled, indicato come capo del quartier generale dell’intelligence di Hezbollah. Poche ore dopo, un nuovo colpo ha raggiunto la stessa area. Il capo dell’ala militare della Jihad islamica palestinese in Libano, Adham Adnan al-Othman, è stato ucciso lunedì mattina in un attacco israeliano nella periferia sud di Beirut. A darne notizia sono state le Brigate al-Quds, ala militare del gruppo palestinese alleato con Hamas e Hezbollah. Al-Othman è stato eliminato «in un’aggressione sionista che ha preso di mira la periferia sud di Beirut nelle prime ore di lunedì mattina», si legge nella nota diffusa dall’organizzazione.
Israele vuole eliiminare il leader di Hezbollah
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro dichiarando che il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, «farà la stessa fine» di Khamenei. In un messaggio pubblicato su X, Katz ha definito Qassem «un obiettivo» per aver aperto il fuoco contro Israele «sotto la pressione di Teheran», avvertendo che Hezbollah «pagherà un prezzo molto alto». Ha quindi aggiunto che chi seguirà «la strada di Khamenei» finirà «nelle profondità dell’inferno insieme all’asse del male». Katz ha precisato che il premier Benjamin Netanyahu e lui stesso hanno ordinato all’esercito di proseguire con determinazione l’operazione denominata “Roar of the Lion”, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare le capacità del regime iraniano e rimuovere le minacce contro lo Stato ebraico, auspicando anche una sollevazione interna in Iran. Allo stesso tempo l’Arabia Saudita ha innalzato al livello massimo lo stato di allerta delle proprie forze armate dopo i recenti attacchi iraniani che hanno colpito il territorio del Regno. A riferirlo è stata una fonte vicina all’apparato militare citata dall’Afp, segno di una tensione ormai estesa all’intero scacchiere del Golfo.
L’Iran non vuole negoziare
Dal fronte opposto, Teheran ha escluso qualsiasi apertura negoziale. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha negato ogni dialogo con Washington, nonostante la disponibilità espressa dal presidente americano. «Non è stato l’Iran a iniziare la guerra», ha scritto su X, accusando Donald Trump di aver fatto precipitare la regione nel caos e smentendo indiscrezioni su presunti contatti con l’Oman per riattivare i canali diplomatici. In un secondo messaggio, Larijani ha rivendicato la preparazione della Repubblica islamica a un conflitto prolungato, sostenendo che l’Iran è pronto a difendere «se stesso e seimila anni di civiltà a qualunque costo» e promettendo che i nemici «rimpiangeranno il loro errore di calcolo». A Washington, Donald Trump ha dichiarato che gli iraniani «non sanno chi li guida» perché negli attacchi «sono stati eliminati 49 leader» del regime degli Ayatollah. «Quelli erano i leader, e alcuni di loro erano stati presi in considerazione», ha affermato in riferimento alla successione, aggiungendo che con oltre quaranta morti «non sappiamo chi guida il Paese ora. Non sanno chi guida. È un po’ come la fila per la disoccupazione», ha detto in un’intervista alla Cnn. Il presidente degli Stati Uniti ha quindi lanciato un ulteriore e duro avvertimento al regime di Teheran, sostenendo che quanto avvenuto finora rappresenta soltanto l’inizio dell’operazione. «Li stiamo facendo a pezzi», ha dichiarato a Jake Tapper della CNN. «Penso che stia andando molto bene. È molto potente. Abbiamo il miglior esercito del mondo e lo stiamo usando». Trump ha inoltre affermato che Washington non avrebbe ancora impiegato tutta la propria forza militare contro l’Iran: «Non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente. La grande ondata non si è ancora verificata. Quella grande arriverà presto». Il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno facendo «di più» per aiutare il popolo iraniano a riconquistare la libertà dal regime degli ayatollah e ha invitato i cittadini iraniani a restare nelle proprie abitazioni mentre i combattimenti proseguono. Sul piano militare, il capo di stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, il generale Dan Caine, ha annunciato l’arrivo di ulteriori forze sotto il comando centrale dell’ammiraglio Brad Cooper per rafforzare l’operazione contro l’Iran. Il dispiegamento comprende migliaia di militari di tutte le componenti, inclusi Riserva e Guardia Nazionale, centinaia di caccia avanzati, decine di aerei cisterna per il rifornimento in volo, la portaerei Lincoln e il Ford Carrier Strike Group con i relativi velivoli imbarcati. «La Forza congiunta ha lanciato centinaia di missioni via terra e via mare», ha dichiarato Cooper. Caine ha citato in particolare le unità della Guardia Nazionale dell’Esercito del Wisconsin operative in Kuwait e Iraq e quelle della Guardia Nazionale Aerea provenienti da diversi Stati, tra cui Vermont e Virginia. La crisi si sviluppa così su due livelli paralleli: da un lato l’intensificazione delle operazioni militari contro i vertici iraniani e i loro alleati regionali; dall’altro la chiusura politica di Teheran, che si dichiara pronta a una guerra lunga. Uno scontro ormai apertamente dichiarato, con potenziali ripercussioni destabilizzanti per l’intero Medio Oriente.
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