
Dal narcotraffico a imprese e finanza La nuova strategia dei cartelli in Europa ( LV speciale 27.07.2026)
Locarno, 60 metri di propaganda: i nomi delle “vittime” arrivano dalle liste di Hamas

Sessanta metri di striscione e oltre 60mila nomi esposti nel cuore di Locarno durante uno degli appuntamenti internazionali più importanti della Svizzera. Una scenografia studiata per impressionare, commuovere e soprattutto trasmettere un messaggio politico preciso: mostrare decine di migliaia di persone come vittime degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza e chiedere alla Confederazione di intervenire contro Israele. Ma dietro l’enorme striscione dispiegato sabato sera a Locarno esiste un particolare tutt’altro che secondario: quei nomi derivano dalle liste compilate dalle autorità sanitarie della Striscia di Gaza, territorio governato da Hamas. Una circostanza essenziale per comprendere il valore e soprattutto i limiti di quei dati. La manifestazione è stata promossa dal Gruppo 24 maggio, dall’associazione Swiss Healthcare Workers Against Genocide e dai Volontari ticinesi per la Palestina. Secondo quanto riferisce la RSI, sullo striscione sono stati riportati oltre 60mila nomi, presentati come «una parte delle vittime accertate degli attacchi israeliani». L’iniziativa, aggiunge l’emittente pubblica, avrebbe lo scopo di «dare identità a chi è stato ucciso», sostenendo che si tratterebbe in maggioranza di civili. Ed è precisamente qui che la narrazione comincia a mostrare tutti i suoi limiti.
Il gigantesco elenco non è infatti il risultato di un’inchiesta indipendente condotta sul terreno da osservatori internazionali che abbiano ricostruito le circostanze della morte di ciascuna persona. La fonte primaria dei registri nominativi dei morti palestinesi è il Ministero della Salute di Gaza, inserito nell’apparato amministrativo della Striscia governata da Hamas. Soprattutto, quelle statistiche presentano un limite decisivo: non distinguono tra civili e combattenti. Lo ha ricordato anche Reuters analizzando il sistema utilizzato per calcolare le vittime della guerra: il Ministero della Salute palestinese pubblica i nominativi delle persone registrate come morte, ma non specifica quali appartenessero ad Hamas o ad altre organizzazioni armate e quali fossero invece civili. Hamas, da parte sua, non pubblica un bilancio dettagliato delle proprie perdite militari. Eppure a Locarno questa distinzione fondamentale scompare dietro sessanta metri di tela. Guardando quello striscione, il messaggio trasmesso al pubblico è inevitabile: sessantamila nomi, sessantamila vittime di Israele. Una rappresentazione emotivamente potentissima che però comprime in un’unica categoria realtà profondamente differenti. Tra quei nomi possono infatti trovarsi civili, bambini e persone completamente estranee alle ostilità, ma anche appartenenti ad Hamas e ad altre organizzazioni armate uccisi durante i combattimenti. Il database dal quale provengono i nominativi non permette di stabilire questa distinzione semplicemente leggendo l’elenco. Non significa negare le enormi sofferenze subite dalla popolazione palestinese. Significa pretendere qualcosa di molto più elementare: che una manifestazione politica presenti correttamente la natura delle proprie fonti. Il problema dello striscione di Locarno, dunque, non è necessariamente il numero complessivo dei morti. È come quel numero viene politicamente rappresentato. Trasformare una lista proveniente dalle autorità della Gaza governata da Hamas in un gigantesco memoriale contro Israele senza mettere altrettanto chiaramente in evidenza l’origine dei dati e l’assenza della distinzione tra civili e combattenti significa offrire al pubblico soltanto una parte dell’informazione. E quando manca una parte fondamentale dell’informazione, il rischio è che la commemorazione diventi propaganda alla quale RSI non si sottrae mai. La natura politica dell’iniziativa, del resto, è dichiarata apertamente dagli stessi promotori. Non viene chiesto soltanto di ricordare le vittime. Alla Confederazione viene domandato di esercitare pressioni su Israele, di chiedere l’apertura delle frontiere di Gaza, di accogliere altri feriti palestinesi e persino di imporre sanzioni contro lo Stato ebraico qualora non interrompa quelle che gli organizzatori considerano violazioni del diritto internazionale umanitario. Non siamo quindi davanti a un semplice monumento al dolore. Siamo davanti a un atto politico costruito attraverso un’immagine di enorme potenza comunicativa. Ed è proprio per questo che la provenienza dei nomi diventa centrale.
C’è poi un’altra gigantesca omissione. La guerra raccontata attraverso quei sessanta metri sembra cominciare con la risposta militare israeliana. Sparisce ciò che l’ha preceduta: il 7 ottobre 2023, quando Hamas e altri gruppi armati penetrarono nel territorio israeliano, uccidendo circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e trascinando 251 ostaggi nella Striscia di Gaza. Anche loro avevano un nome. Come avevano un nome i giovani massacrati al Nova Festival, le famiglie assassinate nei kibbutz, gli anziani e i bambini sequestrati e gli ostaggi morti durante la prigionia. Ma per loro nessuno striscione di sessanta metri è apparso sabato sera nel cuore di Locarno. Non è necessario mettere in competizione le vittime israeliane con quelle palestinesi. È però legittimo chiedersi perché, quando si pretende di rappresentare una tragedia complessa come quella di Gaza, venga mostrato soltanto un lato della guerra e venga utilizzato un elenco la cui fonte originaria appartiene all’amministrazione di un territorio governato dalla stessa organizzazione terroristica che ha scatenato il conflitto con il massacro del 7 ottobre. Il dolore dei civili palestinesi è reale e non necessita di essere minimizzato. Proprio per questo merita di essere sottratto alla propaganda. Perché scrivere sessantamila nomi su sessanta metri di tela senza spiegare chiaramente chi abbia compilato quelle liste, senza distinguere combattenti e civili e senza ricordare il contesto nel quale quella guerra è iniziata non significa raccontare tutta la tragedia di Gaza. Significa scegliere quale parte della tragedia mostrare. E soprattutto quale lasciare fuori.
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