
In tre minuti Plus: Droni a Lipsia, sono stati i russi
Caso Ceuta, retromarcia sulle accuse al Marocco: cosa dice davvero la Polizia

Per alcune ore il Marocco è stato indicato come il possibile regista della gigantesca crisi migratoria che ha travolto Ceuta il 30 e 31 luglio. Poi è arrivata la smentita dei vertici della Polizia spagnola: non esiste alcun rapporto che attribuisca alle forze di sicurezza marocchine la pianificazione o l’esecuzione dell’ingresso di massa nell’enclave.Un chiarimento destinato a ridimensionare sensibilmente le accuse lanciate contro Rabat e, soprattutto, a mettere in discussione la tempesta politica scoppiata a Madrid sulla base di informazioni che non avevano ancora ricevuto una conferma ufficiale. Il caso era esploso dopo la pubblicazione da parte di El Español di indiscrezioni relative a un documento del Centro nazionale per l’immigrazione e le frontiere (CENIF) trasmesso all’Audiencia Nacional. Secondo la ricostruzione giornalistica, gli investigatori avrebbero individuato elementi tali da ipotizzare un ruolo delle forze di sicurezza marocchine negli attraversamenti della frontiera. È bastato perché la politica spagnola entrasse immediatamente in fibrillazione. Il Partito Popolare ha chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska e nuove elezioni. Podemos ha accusato l’esecutivo di continuare a difendere Rabat, mentre Vox e altre formazioni hanno preteso chiarimenti e iniziative nei confronti del vicino nordafricano.
Una valanga di reazioni arrivata prima che fosse chiarito che cosa contenessero effettivamente gli atti della Polizia. A farlo è stato il direttore generale della Polizia nazionale, Francisco Pardo. Dopo avere acquisito le informazioni dagli investigatori, Pardo ha comunicato a Marlaska che non esiste alcun rapporto di polizia che attribuisca alle forze di sicurezza marocchine «la pianificazione o l’esecuzione» di quanto accaduto a Ceuta. Un passaggio fondamentale, perché distingue le ipotesi formulate durante l’analisi degli avvenimenti dall’attribuzione di una responsabilità precisa al Marocco. Al momento, infatti, l’autore intellettuale dell’operazione che ha portato decine di migliaia di persone alla frontiera rimane sconosciuto. La vicenda presenta inoltre un elemento che spiega perché gli stessi vertici della Polizia non fossero inizialmente in grado di intervenire pubblicamente. Il giudice dell’Audiencia Nacional María Tardón, incaricato di valutare gli elementi relativi alla crisi, aveva ordinato agli investigatori di non comunicare ai propri superiori informazioni sull’elaborazione e sul contenuto degli accertamenti. Pardo non conosceva quindi il fascicolo. Soltanto dopo l’autorizzazione concessa dal magistrato gli investigatori hanno potuto informare la catena di comando. A quel punto il direttore generale ha incontrato i responsabili delle strutture interessate e ha trasmesso al ministro dell’Interno una conclusione molto diversa da quella che aveva dominato il dibattito nelle ore precedenti: nessuna responsabilità marocchina risulta attribuita ufficialmente dai rapporti della Polizia. È stata ridimensionata anche un’altra circostanza utilizzata per alimentare i sospetti. Il 29 luglio, ventiquattro ore prima dell’inizio dell’emergenza, il CENIF aveva trasmesso un avviso ai posti di frontiera. Quel documento era stato interpretato come la prova che le autorità conoscessero in anticipo ciò che sarebbe accaduto.
La Polizia ha però precisato che si trattava di una normale segnalazione di rischio, una tipologia di allerta utilizzata frequentemente nelle attività di controllo delle frontiere. Soprattutto, il documento non annunciava per il giorno successivo un ingresso di massa delle dimensioni poi effettivamente registrate. Restano naturalmente numerosi interrogativi sulla dinamica degli eventi del 30 e 31 luglio. La concentrazione degli attraversamenti, la scelta dei punti della frontiera e la rapidità con cui migliaia di persone si sono mosse verso Ceuta sono elementi sui quali gli investigatori continuano a lavorare. Nel materiale inviato alla magistratura vengono esaminate diverse possibilità, compresa quella secondo cui un movimento di simili proporzioni possa essere stato favorito o coordinato da soggetti dotati di capacità superiori rispetto alle tradizionali organizzazioni criminali impegnate nel traffico di migranti. Ma proprio qui passa la linea che separa un’ipotesi investigativa da un’accusa dimostrata. Nessuno degli elementi finora emersi consente di stabilire giudiziariamente che il governo marocchino o i suoi apparati di sicurezza abbiano organizzato l’operazione. Gli accertamenti servono precisamente a comprendere se dietro gli eventi esista una regia e, in caso affermativo, a identificarla. Negli atti compare anche l’ipotesi della cosiddetta «zona grigia», ossia l’utilizzo della pressione migratoria come strumento geopolitico. Vengono richiamati episodi precedenti del 2021 e del 2024, ma anche questa rimane una pista da verificare e non una conclusione definitiva. Il fascicolo è nelle mani del giudice María Tardón, che dovrà decidere, dopo avere acquisito il parere non vincolante della Procura, se l’Audiencia Nacional disponga della competenza necessaria e se esistano elementi sufficienti per procedere.
Da Rabat, nel frattempo, la risposta è stata durissima. Fonti qualificate dell’intelligence marocchina interpellate da La Verità hanno respinto completamente le accuse: «Si tratta di menzogne prive di ogni fondamento. In Spagna è in corso una guerra tra gli apparati dello Stato e per uscirne in qualche modo provano ad addossare ad altri le responsabilità di quanto avvenuto». La posizione marocchina acquista ora maggiore peso alla luce della precisazione arrivata dagli stessi vertici della Polizia spagnola. Questo non significa che ogni interrogativo sulla crisi sia stato risolto, ma rende impossibile presentare come accertata una responsabilità di Rabat che, allo stato attuale, non è stata dimostrata. Il caso mostra anche quanto rapidamente la questione marocchina sia diventata uno strumento della battaglia politica interna spagnola. Il PP non ha atteso la conclusione degli accertamenti. Il segretario generale Miguel Tellado ha accusato Marlaska di avere mentito per settimane, chiedendone le dimissioni e invitando Sánchez a sciogliere le Cortes. Alcuni esponenti popolari hanno sostenuto che il governo conoscesse il presunto «ruolo attivo» marocchino e lo avesse deliberatamente nascosto, arrivando a richiamare persino la vicenda Pegasus. Ma nel materiale disponibile non emergono prove pubbliche che dimostrino questa ricostruzione.
Non meno immediata è stata la reazione di Podemos. Il portavoce Pablo Fernández ha parlato di una presunta «azione ostile» del Marocco e ha accusato l’esecutivo di proteggere Rabat. Anche in questo caso le conclusioni politiche hanno preceduto l’accertamento definitivo dei fatti.La conseguenza è paradossale: forze politiche lontanissime tra loro hanno utilizzato la stessa vicenda per colpire il ministro dell’Interno e il governo di Pedro Sánchez, trasformando il Marocco nel terreno comune sul quale scaricare responsabilità che l’inchiesta deve ancora individuare. La crisi arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per la maggioranza. Le manifestazioni organizzate il 2 settembre in solidarietà con Ceuta hanno mostrato una Spagna profondamente divisa. La Federazione spagnola dei comuni e delle province, guidata dal PP, ha promosso mobilitazioni in numerose città, mentre amministrazioni controllate dal PSOE e da Izquierda Unida hanno organizzato proprie iniziative denunciando quella che considerano una strumentalizzazione politica dell’emergenza. Nel frattempo Madrid deve affrontare le conseguenze concrete degli ingressi del 30 e 31 luglio. Il governo ha stanziato 300 milioni di euro per sostenere Ceuta, aiutare le attività economiche danneggiate, rafforzare i servizi pubblici e favorire il ritorno alla normalità. Ma è sul piano politico che il conto rischia di essere particolarmente pesante per Sánchez. Un sondaggio Sigma Dos per El Mundo, realizzato tra il 26 e il 30 agosto, assegna al Partito Popolare del presidente cittadino Juan Jesús Vivas il 50,5%, sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta nell’Assemblea di Ceuta. Il PSOE precipiterebbe invece al 5,6%, rispetto al 21% conquistato nel 2023. Vox salirebbe al 21,6%, diventando la seconda forza politica. Ancora più significativo è il dato personale: il 58,2% degli stessi elettori socialisti preferirebbe Vivas al socialista Miguel Ángel Pérez Triano per guidare la città. A più di un mese dalla crisi, dunque, rimane una domanda fondamentale: chi ha realmente organizzato o favorito un movimento di persone di tali dimensioni? La magistratura e gli investigatori dovranno trovare la risposta. Ma un elemento, dopo il chiarimento arrivato dai vertici della Polizia, appare molto più netto: non esiste al momento una prova che permetta di attribuire al Marocco la regia degli eventi di Ceuta.Le accuse contro Rabat hanno invece prodotto conseguenze politiche e diplomatiche prima ancora di essere verificate. E proprio la rapidità con cui una ricostruzione ancora controversa è diventata una certezza nel dibattito pubblico rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intera vicenda.
