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Il grande equivoco: perché dire che «rimuovere i dittatori non porta mai nulla di buono» è storicamente falso

L’idea che «rimuovere i dittatori non porti mai nulla di buono» è una tesi suggestiva, ma soffre di un vizio d’origine: fotografa solo gli effetti degli interventi occidentali, ignorando chi ha contribuito per primo a incendiare intere aree strategiche. Se si vuole discutere seriamente di instabilità globale, bisogna partire da un punto fermo: uno dei detonatori principali del caos contemporaneo in Eurasia è stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. Quando l’Unione Sovietica decise di intervenire militarmente a Kabul per sostenere un regime comunista in difficoltà, non stava «esportando democrazia». Stava imponendo con la forza un governo satellite. L’operazione, che nelle intenzioni del Cremlino doveva essere rapida e risolutiva, si trasformò in una guerra decennale devastante. Milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti, radicalizzazione islamista diffusa.
È in quel contesto che nasce la galassia jihadista moderna. È in Afghanistan che si forma una generazione di combattenti transnazionali. È lì che si struttura un modello di guerra asimmetrica che poi si diffonderà in Medio Oriente, nel Caucaso, in Africa. Il conflitto afghano non è stato solo una guerra locale: è stato il laboratorio del disordine globale. Dopo il ritiro sovietico nel 1989, il Paese non si stabilizzò. Collassò. La guerra civile aprì la strada ai Talebani. E il vuoto di potere consentì l’insediamento di al-Qaeda. Quando nel 2001 gli Stati Uniti intervennero dopo l’11 settembre, non entrarono in un sistema stabile distrutto dall’Occidente: entrarono in uno Stato già devastato da dieci anni di occupazione sovietica e da un decennio di guerra interna. Dimenticare questo passaggio significa riscrivere la cronologia del caos. Non solo. L’Afghanistan non è un episodio isolato nella proiezione destabilizzante russa. Mosca ha sostenuto regimi repressivi in Medio Oriente per decenni, dalla Siria di Hafez e poi Bashar al-Assad fino alla Libia post-2011 con l’appoggio a Haftar. L’intervento russo in Siria nel 2015 non ha stabilizzato il Paese: ha congelato il conflitto, moltiplicato le linee di frattura, rafforzato la dipendenza di Damasco da attori esterni. L’idea che prima degli interventi occidentali regnasse un ordine armonico è una mitologia geopolitica. Molti regimi autoritari hanno garantito una stabilità apparente, spesso fondata su repressione sistematica, controllo militare e tensioni etniche irrisolte. Quando questi sistemi entrano in crisi – per dinamiche interne o pressioni esterne – l’esplosione è violenta proprio perché il conflitto era stato compresso per anni. L’Afghanistan dimostra una cosa essenziale: il caos non nasce solo dall’abbattimento di un dittatore. Può nascere dall’imposizione di un regime sostenuto da una potenza esterna. Può nascere dall’occupazione militare. Può nascere dal sostegno a governi privi di legittimità interna. Attribuire all’Occidente ogni responsabilità per l’instabilità globale è una semplificazione che assolve altri attori strategici.
L’Unione Sovietica prima e la Russia poi hanno spesso operato con una logica di destabilizzazione funzionale: mantenere aree grigie, conflitti congelati, Stati fragili utili come leve negoziali. Questo non significa negare gli errori occidentali. Significa rimettere in ordine la sequenza storica. Il disordine in Afghanistan – crocevia tra Asia Centrale e Medio Oriente – non è stato generato nel 2001. È stato innescato nel 1979. Chi oggi sostiene che intervenire contro un regime produce sempre più caos dovrebbe ricordare che l’alternativa non è automaticamente la stabilità. A volte l’alternativa è una destabilizzazione precedente, già in atto, prodotta da altri equilibri di potenza. La geopolitica non è un tribunale morale, ma nemmeno un racconto selettivo. Se si vuole discutere di errori, bisogna farlo per intero. E la prima grande frattura dell’ordine regionale afghano porta la firma di Mosca.
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