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I propal assediano il Maccabi, ma sulle violenze di Hamas contro Gaza tacciono

La chiamano «partita della vergogna». In realtà, a essere imbarazzante è la pretesa di trasformare Lugano-Maccabi Tel Aviv, in programma il 20 agosto a Cornaredo per i playoff di Conference League, nell’ennesimo processo pubblico contro Israele. Gaza Action Ticino e il Coordinamento unitario a sostegno della Palestina hanno annunciato una mobilitazione contro l’incontro, accompagnandola con un comunicato nel quale il pallone praticamente scompare. Al suo posto arrivano Gaza, l’esercito israeliano, il sionismo e accuse gravissime rivolte anche a esponenti della società israeliana. Il Maccabi viene descritto non semplicemente come una squadra, ma come una sorta di emanazione politica dello Stato israeliano. Secondo gli organizzatori della protesta, alcuni giocatori e dirigenti avrebbero prestato servizio militare a Gaza e in Cisgiordania e sarebbero stati coinvolti in «crimini di guerra», «genocidio» e «pulizia etnica». Accuse enormi, che in uno Stato di diritto richiederebbero responsabilità individuali accertate e prove precise. Nella propaganda militante, invece, sembra bastare l’appartenenza nazionale. Ed è questo il punto più inquietante dell’intera operazione. Non si contesta più soltanto Benjamin Netanyahu, una decisione del governo o una specifica operazione militare. Nel mirino finisce una squadra perché israeliana. Il Maccabi diventa il bersaglio sul quale scaricare la responsabilità politica e morale di un conflitto combattuto a migliaia di chilometri da Cornaredo.È un meccanismo ormai ricorrente: quando c’è di mezzo Israele, per una parte dell’attivismo pro-palestinese qualsiasi spazio diventa buono per celebrare il processo. Università, festival, manifestazioni culturali, concerti e adesso anche gli stadi. L’obiettivo non sembra più soltanto contestare una politica, ma rendere problematica la presenza stessa degli israeliani negli spazi pubblici internazionali.
Il doppio standard dei propal
E qui emerge una contraddizione gigantesca. Mentre si pretende che una squadra di calcio israeliana risponda delle decisioni del governo Netanyahu e delle operazioni dell’IDF, chi chiede conto ad Hamas delle efferatezze commesse contro la stessa popolazione di Gaza? Hamas non è soltanto l’organizzazione responsabile del massacro del 7 ottobre e del sequestro degli ostaggi. È anche il potere armato che governa Gaza con metodi autoritari, reprime il dissenso e ha utilizzato la violenza contro palestinesi accusati di collaborazionismo o di opporsi al proprio dominio. Le denunce di esecuzioni sommarie, torture e repressione interna non possono semplicemente scomparire dal racconto perché disturbano la rappresentazione di una guerra nella quale deve esistere un unico colpevole. Se davvero al centro della mobilitazione ci fossero i diritti dei palestinesi, questi dovrebbero valere anche quando a calpestarli è Hamas. E invece l’asimmetria dell’indignazione è impressionante. Per un calciatore israeliano può bastare aver prestato servizio militare perché venga evocata la responsabilità per presunti crimini internazionali; davanti agli abusi perpetrati da Hamas sui palestinesi, invece, la stessa severità sembra improvvisamente evaporare. È molto più semplice protestare contro una squadra arrivata da Tel Aviv che riconoscere una realtà scomoda: gli abitanti di Gaza sono stati vittime anche della brutalità e dell’autoritarismo di chi pretende di combattere in loro nome.
Naturalmente i manifestanti hanno tutto il diritto di scendere in piazza pacificamente. Ma il diritto di manifestare non trasforma automaticamente una tesi politica in un fatto e soprattutto non autorizza a distribuire responsabilità penali collettive. Aver prestato servizio nell’esercito israeliano non significa aver commesso crimini di guerra. Essere tesserati per il Maccabi non significa essere responsabili delle decisioni del governo Netanyahu. Essere israeliani non significa dover presentare un certificato di innocenza prima di entrare in uno stadio europeo. Altrimenti applichiamo davvero questo principio a tutti. Ogni atleta dovrebbe rispondere delle guerre combattute dal proprio Paese, ogni club delle decisioni del proprio governo, ogni nazionale delle operazioni del proprio esercito. Sarebbe la morte dello sport internazionale. Eppure questa elementare distinzione sembra dissolversi quando sulla maglia compare una squadra israeliana.
Il problema è anche il clima che iniziative del genere contribuiscono a creare. Definire preventivamente un incontro «partita della vergogna», presentare una società sportiva come complice di crimini internazionali e trasformare la sua presenza in qualcosa da respingere significa caricare una normale competizione europea di una tensione politica enorme. La Polizia cantonale sta monitorando la situazione. Ed è inevitabile che lo faccia, soprattutto dopo quanto accaduto ad Amsterdam nel novembre 2024 attorno alla partita tra Ajax e Maccabi Tel Aviv. Quella notte vide provocazioni e cori anti-arabi da parte di alcuni tifosi israeliani, ma anche aggressioni contro sostenitori del Maccabi. È precisamente il genere di spirale che Lugano dovrebbe evitare. Il compito delle autorità dovrebbe essere semplicissimo: garantire la partita, proteggere giocatori, tifosi e cittadini e assicurare contemporaneamente il diritto a una manifestazione pacifica. Senza concedere a nessuno il diritto di trasformare le strade attorno allo stadio in un terreno di intimidazione politica. Perché il punto non è essere favorevoli o contrari alla politica israeliana. Si può criticare duramente Netanyahu, chiedere un cessate il fuoco, sostenere la causa palestinese e contestare le operazioni dell’IDF. Ma quando il bersaglio diventa una squadra perché arriva da Israele, la questione cambia natura. C’è una domanda che i promotori di queste campagne dovrebbero porsi: dove termina la contestazione dello Stato di Israele e dove comincia l’idea che qualsiasi israeliano debba rispondere personalmente delle azioni del proprio governo?
È una distinzione fondamentale, soprattutto in Europa, dove l’antisemitismo non appartiene affatto soltanto ai libri di storia. Giovedì a Cornaredo non scenderà in campo Netanyahu. Non giocherà il governo israeliano e non verranno decise le sorti di Gaza. Scenderanno in campo il FC Lugano e il Maccabi Tel Aviv.Trasformare quella partita in un caso politico significa utilizzare ancora una volta lo sport come palcoscenico della battaglia ideologica contro Israele. Con un paradosso difficile da ignorare: si pretende di processare simbolicamente dei calciatori mentre si parla molto meno delle responsabilità di Hamas verso i palestinesi che vivono sotto il suo potere. I manifestanti sono liberi di protestare. Il Maccabi deve essere altrettanto libero di giocare.E se ormai persino vedere undici israeliani correre dietro a un pallone viene considerato una «vergogna», forse il problema non è ciò che accade sul campo. È ciò che qualcuno pretende di vedere ogni volta che compare una bandiera israeliana. C’è infine una domanda che gli organizzatori dovrebbero porsi: chi pagherà il conto? Una mobilitazione di queste dimensioni comporterà un dispositivo di sicurezza importante: polizia, controlli, gestione della viabilità e prevenzione degli incidenti. Costi che rischiano di ricadere sui contribuenti ticinesi. E’ quindi doveroso quantificarli a chi ha promosso la protesta. Manifestare è un diritto, ma non significa scaricarne automaticamente i costi sulla collettività.
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