
RTL 102.5 Sabato 13 giugno 2026
Hormuz chiuso dall’Iran: salta la tregua in Libano, Israele bombarda Hezbollah

La ripresa degli scontri tra Israele e Hezbollah fa naufragare l’accordo promosso da Trump. Teheran accusa Washington di non aver garantito il cessate il fuoco e annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio mondiale di petrolio. Intanto proseguono i raid nel sud del Libano e gli Stati Uniti valutano lo sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati.
La crisi tra Israele, Hezbollah e Iran è tornata a infiammarsi poche ore dopo l’annuncio di un nuovo cessate il fuoco in Libano, facendo vacillare uno degli elementi centrali dell’intesa promossa dal presidente Donald Trump e firmata all’inizio della settimana. L’accordo era stato concepito per favorire contemporaneamente la fine delle ostilità sul fronte libanese e la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico globale. Il memorandum d’intesa sottoscritto mercoledì prevedeva infatti, tra i suoi punti principali, la cessazione dei combattimenti tra Israele e Hezbollah e il graduale ritorno alla normalità della navigazione nel Golfo Persico. Il documento stabiliva inoltre che l’Iran garantisse per sessanta giorni il libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz, avviando nel frattempo consultazioni con l’Oman e gli altri Paesi rivieraschi per definire un futuro sistema di amministrazione e gestione della rotta marittima. Nei giorni successivi alla firma, Teheran aveva già iniziato a introdurre nuove regole per il traffico navale. Attraverso la neonata Autorità dello Stretto del Golfo Persico, le autorità iraniane avevano imposto agli armatori l’obbligo di registrare il passaggio delle navi con almeno quarantotto ore di anticipo. Erano inoltre stati annunciati futuri contributi per servizi di sicurezza, tutela ambientale e coperture assicurative, sebbene tali oneri fossero stati temporaneamente sospesi per i primi sessanta giorni.
Nonostante questi sviluppi, il ritorno alla piena operatività della rotta marittima era già apparso incerto, con molte compagnie di navigazione che continuavano a osservare con cautela l’evolversi della situazione militare nella regione. Parallelamente, Stati Uniti e Iran stavano cercando di rilanciare il dialogo diplomatico. Dopo aver rinviato una missione prevista per venerdì a causa delle tensioni provocate da una serie di raid israeliani, Teheran aveva confermato la partecipazione della propria delegazione a un nuovo ciclo di negoziati in Svizzera. I bombardamenti israeliani erano stati effettuati in risposta a un attacco con droni attribuito a Hezbollah che aveva provocato la morte di quattro militari israeliani. Nel frattempo, venerdì alle 16.00 ora locale era entrato formalmente in vigore un nuovo cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. La tregua, tuttavia, ha avuto una durata estremamente limitata. Già nelle ore successive si sono registrate nuove violazioni e sabato la situazione è nuovamente precipitata. Secondo le autorità militari israeliane, Hezbollah avrebbe lanciato oltre cinquanta colpi contro le forze dello Stato ebraico dispiegate nel Libano meridionale. In risposta, l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno colpito numerosi obiettivi nell’area di Nabatieh e in altre località del sud del Paese. Le conseguenze sono state pesanti. In una prima valutazione le autorità sanitarie libanesi avevano riferito di sette vittime. Successivamente la Protezione civile ha aggiornato il bilancio, comunicando che gli attacchi israeliani nella regione di Nabatieh avevano provocato almeno sedici morti e dodici feriti. Gli stessi organismi avevano già denunciato che nelle operazioni precedenti erano rimaste uccise 83 persone e altre 141 erano state ferite.
Israele sostiene di aver eliminato numerosi combattenti di Hezbollah e continua a considerare il movimento sciita sostenuto dall’Iran una minaccia esistenziale per la propria sicurezza. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ribadito che lo Stato ebraico non interromperà le operazioni né rinuncerà al controllo di alcune aree del Libano meridionale finché Hezbollah non sarà definitivamente neutralizzato. Anche il portavoce delle Forze di difesa israeliane, il colonnello Ella Wawiya, ha insistito sul fatto che il vero problema non sarebbe il Libano ma Hezbollah. In un messaggio pubblicato sui social network, Wawiya ha sostenuto che il movimento sciita trascina ripetutamente il Paese in conflitti distruttivi, impedendo ai cittadini libanesi di beneficiare di stabilità e sviluppo economico. Secondo l’ufficiale israeliano, una cessazione delle attività ostili da parte di Hezbollah consentirebbe di raggiungere condizioni di sicurezza e prosperità per entrambe le popolazioni.
Il deterioramento della situazione sul terreno ha avuto immediate ripercussioni anche sul piano regionale. In seguito alla ripresa dei combattimenti, esponenti della sicurezza iraniana hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, accusando Washington di non essere stata in grado di far rispettare gli impegni contenuti nell’accordo firmato da Trump. La decisione è stata presentata come una risposta diretta al fallimento degli Stati Uniti nel garantire la fine delle ostilità sul fronte libanese. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che la delegazione di Teheran utilizzerà i prossimi colloqui per chiedere agli Stati Uniti di rispettare integralmente gli obblighi previsti dall’intesa. Nel frattempo, all’interno dell’amministrazione americana sono emersi segnali contrastanti. In occasione della presentazione del memorandum, un alto funzionario statunitense aveva affermato che Teheran avrebbe dovuto esercitare un controllo più rigoroso su Hezbollah, avvertendo che eventuali attacchi contro Israele avrebbero comportato una dura reazione militare israeliana. Nei giorni successivi, tuttavia, Trump e il vicepresidente JD Vance avevano criticato alcune operazioni israeliane ritenute eccessivamente aggressive. Successivamente il presidente americano ha nuovamente corretto il tiro, elogiando pubblicamente Netanyahu e sottolineando la solidità della cooperazione militare tra Washington e Gerusalemme. Trump ha definito il premier israeliano un «leader di guerra» meritevole di riconoscimento per il suo operato durante il conflitto. Sul fronte economico e diplomatico, intanto, Stati Uniti e Qatar starebbero lavorando a un progetto destinato a sbloccare parte dei fondi iraniani congelati all’estero. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, una prima fase del piano consentirebbe all’Iran di accedere a circa sei miliardi di dollari custoditi in Qatar. Le risorse, provenienti principalmente dalle esportazioni petrolifere e finora soggette a restrizioni internazionali, potrebbero essere utilizzate esclusivamente per l’acquisto di beni umanitari come medicinali, generi alimentari e altri prodotti essenziali. Le operazioni verrebbero effettuate sotto controllo internazionale e il progetto si troverebbe ancora in una fase preliminare. Secondo le fonti citate dal quotidiano statunitense, Teheran non avrebbe ancora espresso un’approvazione definitiva all’iniziativa.
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