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Fake news e sedicenti esperti: il caso Mojtaba Khamenei smaschera la fabbrica delle balle online

Non è giornalismo. È rumore. Un rumore costante, tossico, che inquina il dibattito pubblico e trasforma ogni voce in notizia, ogni ipotesi in verità. A produrlo non sono reporter, ma sedicenti giornalisti, ex agenti segreti autoproclamati, ex comandanti di non si sa bene cosa: un sottobosco che vive di ambiguità e si nutre di disinformazione. Pubblicano senza verificare, insinuano senza prove, costruiscono narrazioni senza alcun riscontro. E quando qualcuno li mette di fronte ai fatti, la reazione è sempre la stessa: non correggono, non ammettono, non si fermano. Chiedono: «Fonte?».Non è una domanda neutra. È una strategia. Serve a ribaltare il peso della prova, a spostare l’attenzione dall’errore alla presunta mancanza di evidenze di chi lo denuncia. In altre parole, non si difende la verità: si difende la propria narrazione. Il caso della presunta morte di Mojtaba Khamenei è, da questo punto di vista, un manuale perfetto. Nel giro di poche ore, soprattutto dopo l’intensificarsi degli attacchi su Teheran, la rete è stata invasa da versioni tra loro incompatibili: morto, gravemente ferito, in coma, nascosto in un bunker, fuggito in Russia oppure già sostituito. A rilanciare queste ipotesi non sono stati solo account anonimi o siti marginali, ma anche questi “esperti” autoproclamati, pronti a dare una patina di autorevolezza a ciò che autorevole non è.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Una voce nasce — spesso da ambienti opachi o apertamente schierati — viene rilanciata, amplificata, arricchita di dettagli mai verificati. Poi arriva l’ex “qualcosa” che conferma, interpreta, aggiunge retroscena. E a quel punto la voce diventa, per molti, una verità plausibile. Eppure, a guardare i dati disponibili, non esiste alcuna conferma della morte di Mojtaba Khamenei. Al contrario, le informazioni indicano che sarebbe stato ferito nelle fasi iniziali degli attacchi e successivamente trasferito in una località protetta. Nessuna apparizione pubblica, certo. Ma in un contesto di guerra, l’assenza non è una prova. È una condizione. È qui che la disinformazione diventa circolare. La voce iniziale alimenta commenti, i commenti alimentano analisi improvvisate, le analisi vengono riprese come se fossero fatti. E quando qualcuno prova a interrompere questo circuito, ecco la domanda: «Fonte?». Il paradosso è evidente. Chi ha costruito la propria narrazione su elementi non verificati pretende rigore da chi la mette in discussione. Chi si è presentato come depositario di “verità riservate” si rifugia improvvisamente nel formalismo della prova.
Nel caso Khamenei, l’incertezza — reale — è stata trasformata in certezza arbitraria. Il dubbio, che dovrebbe imporre cautela, diventa carburante per l’azzardo informativo. Perché nel sistema dei social la prudenza non funziona: non genera traffico, non produce engagement, non costruisce visibilità. La fake news sì. “Morto” è una parola semplice, definitiva, potente. Non richiede verifiche complesse, non lascia spazio a sfumature, non impone responsabilità immediate. È perfetta per il consumo rapido, per la logica del feed, per la competizione a chi arriva prima, non a chi arriva meglio. Il problema, però, non è solo chi inventa. È anche chi amplifica, chi costruisce autorevolezza sul nulla, chi gioca con ambiguità e allusioni per sembrare informato senza esserlo davvero. E soprattutto chi, di fronte all’evidenza di un errore, non corregge ma rilancia, chiedendo agli altri ciò che lui non ha mai fatto: verificare. Nel giornalismo vero la fonte viene prima. È il punto di partenza, non la linea di difesa. Nel giornalismo improvvisato, invece, diventa un’arma retorica da usare quando la narrazione vacilla. E così, tra sedicenti giornalisti ed ex “qualcosa” senza passato verificabile, le balle continuano a circolare. Veloci, efficaci, difficili da smentire. Perché non devono dimostrare nulla. E perché, quando vengono messe in discussione, sanno sempre cosa dire: «Fonte?».
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