
L’attacco all’Iran di Israele e Usa (RTL 28.02.2026)

Golfo compatto contro Teheran: l’isolamento regionale certifica il fallimento strategico dei mullah
Dopo il 7 ottobre, la caduta dell’asse iraniano: da Gaza a Teheran

La conferma dell’eliminazione di Ali Khamenei segna il punto culminante di una strategia che, dal 7 ottobre 2023, ha progressivamente colpito le leadership politiche e militari dell’asse guidato da Teheran. Con la morte della Guida Suprema si chiude un capitolo durato quasi quarant’anni, iniziato nel 1989 con la successione a Ruhollah Khomeini e proseguito attraverso il consolidamento di un sistema di potere fondato su ideologia rivoluzionaria, controllo interno e proiezione militare regionale. Per decenni l’Iran ha dichiarato apertamente l’obiettivo di distruggere lo Stato di Israele, sostenendo finanziariamente, militarmente e strategicamente una rete di milizie armate che costituivano le “braccia” dell’asse della resistenza. Ma dal 7 ottobre 2023 in poi, lo scenario si è rovesciato. La guerra scatenata dall’attacco di Hamas ha innescato una campagna sistematica di eliminazioni mirate che ha progressivamente smantellato proprio quel sistema di potere costruito da Teheran. A Gaza, il cuore operativo di Hamas è stato colpito in profondità. È stato ucciso Mohammed Deif, storico comandante delle Brigate al-Qassam e mente militare dell’organizzazione, sopravvissuto per anni a numerosi tentativi di assassinio. La sua eliminazione ha avuto un valore simbolico e strategico enorme, segnando la fine di una stagione militare. È caduto anche Yahya Sinwar, considerato uno dei principali artefici dell’attacco del 7 ottobre e figura dominante nella leadership interna della Striscia. Con lui è stato ucciso il fratello Mohammed Sinwar, anch’egli inserito nelle strutture militari del movimento. La perdita contemporanea di queste figure ha inciso direttamente sulla catena di comando e sulla capacità di coordinamento dell’organizzazione.
Sul piano politico, la morte di Ismail Haniyeh ha privato Hamas del suo principale referente esterno, l’uomo che teneva insieme diplomazia, finanziamenti e rapporti con l’Iran. In pochi mesi, l’organizzazione si è trovata privata sia del vertice militare sia di quello politico. Lo stesso schema si è ripetuto in Libano. Hezbollah, pilastro della deterrenza iraniana contro Israele, ha visto l’eliminazione del suo leader storico Hassan Nasrallah, guida carismatica dal 1992 e volto politico-religioso del movimento. È stato colpito anche Hashem Safieddine, figura centrale nell’architettura interna e possibile successore. La rimozione di queste personalità ha indebolito la continuità strategica della milizia sciita, incidendo sui meccanismi decisionali e sul coordinamento con Teheran. Nel corso dei mesi, la pressione è arrivata fino al centro del potere iraniano. Sono stati eliminati esponenti chiave dell’apparato militare e di sicurezza, tra cui Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Ali Shamkhani, figura determinante nelle strategie regionali, il ministro della Difesa Amir Hatami e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Ejei. Fino ad arrivare alla Guida Suprema. Anche l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato ucciso insieme alle sue guardie del corpo durante il primo attacco israeliano di ieri in Iran. Lo riferiscono media israeliani citando media in Iran e nella regione. Il paradosso è evidente. Per anni Teheran ha costruito un sistema politico-militare con l’obiettivo dichiarato di annientare Israele. Eppure, nel giro di pochi mesi, a essere smantellato è stato proprio quel sistema: la rete di milizie armate, i suoi comandanti, i referenti politici e infine il vertice assoluto del potere. L’asse che prometteva la distruzione dello Stato ebraico ha visto dissolversi le proprie strutture decisionali e operative. Con la morte di Khamenei, l’Iran perde la figura che incarnava la sintesi tra autorità religiosa e comando strategico. Il sistema che aveva giurato di cancellare Israele dalla carta geografica si trova ora a fare i conti con una crisi di leadership senza precedenti. Dal 7 ottobre in poi, la guerra non ha soltanto cambiato la geografia militare del Medio Oriente: ha colpito al cuore l’architettura politica e militare che per decenni aveva alimentato il confronto regionale.
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