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ONU sotto accusa: il report di UN Watch denuncia relatori «ideologizzati» e ossessionati da Israele

Da «fiore all’occhiello» delle Nazioni Unite a struttura accusata di essere diventata uno strumento politico contro l’Occidente e Israele. È questa la tesi centrale del rapporto pubblicato da UN Watch, organizzazione non governativa con sede a Ginevra che da anni monitora il funzionamento delle istituzioni internazionali e, in particolare, del Consiglio per i diritti umani dell’ONU. Il dossier, intitolato “Da guardiani a ideologi”, si sviluppa in 189 pagine e punta il dito contro il sistema delle “Procedure Speciali”, cioè quei relatori indipendenti nominati dalle Nazioni Unite per monitorare violazioni dei diritti umani, libertà civili, conflitti e crisi umanitarie in varie parti del mondo. Secondo gli autori del rapporto, molti di questi esperti avrebbero progressivamente abbandonato il ruolo di osservatori neutrali per trasformarsi in attivisti ideologici, con una forte inclinazione anti-occidentale e una sistematica ostilità verso Israele.
UN Watch sostiene che il problema non sia episodico ma strutturale. Nel documento si parla apertamente di «politicizzazione del sistema», di «erosione degli standard probatori» e di «assenza di responsabilità». Gli autori denunciano inoltre un meccanismo di nomine influenzato da governi autoritari e un utilizzo delle piattaforme ONU per diffondere narrazioni considerate militanti. Secondo il dossier, il Consiglio per i diritti umani dell’ONU gestisce oggi 59 mandati delle Procedure Speciali: 46 dedicati a temi globali e 13 focalizzati su singoli Paesi. Il numero dei mandati sarebbe aumentato di quasi il 30 per cento rispetto al 2006, anno della nascita dell’attuale Consiglio ONU per i diritti umani. Il rapporto ricorda inoltre che, pur essendo formalmente incarichi non retribuiti, i relatori speciali ricevono sostegno finanziario, personale e logistico dalle Nazioni Unite, oltre ad avere accesso a una piattaforma globale capace di influenzare governi, università, media, ONG e persino tribunali internazionali. UN Watch cita anche uno studio dello European Center for Law and Justice secondo cui le relazioni delle Procedure Speciali sarebbero state richiamate in almeno 140 sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre che in numerose decisioni di altri tribunali internazionali. Nel mirino finiscono tredici relatori speciali e funzionari ONU, accusati di utilizzare il prestigio delle Nazioni Unite per sostenere campagne politiche più che attività imparziali di tutela dei diritti umani. Tra i nomi citati compare Irene Khan, relatrice speciale sulla libertà di espressione, accusata dal rapporto di concentrare le proprie critiche soprattutto contro Stati Uniti e Israele, minimizzando invece le violazioni nei regimi autoritari. Nel dossier viene ricordato anche il suo passato alla guida di Amnesty International e la sua partecipazione a iniziative vicine alla Cina.
Sotto accusa anche Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale sul diritto alla salute, descritta come una figura apertamente schierata sul piano ideologico. UN Watch le attribuisce dichiarazioni considerate estremiste, sostegno al movimento BDS contro Israele e prese di posizione a favore di Hamas dopo il 7 ottobre. Nel rapporto compare poi George Katrougalos, esperto indipendente sull’ordine internazionale democratico ed equo, accusato di aver promosso una visione anti-occidentale delle relazioni internazionali e di avere mantenuto rapporti privilegiati con Iran, Russia, Cina e Cuba. Secondo il dossier avrebbe contestato apertamente la legittimità dell’attuale ordine internazionale guidato dalle democrazie occidentali.
Critiche durissime vengono rivolte anche a Michael Fakhri, relatore speciale sul diritto all’alimentazione. Gli autori lo accusano di aver sostenuto le narrative del regime venezuelano di Nicolás Maduro durante una visita ufficiale e di avere attribuito le crisi umanitarie quasi esclusivamente alle sanzioni occidentali. Il dossier ricorda inoltre alcune sue accuse contro Canada e Stati Uniti, definiti responsabili di presunti «genocidi» o discriminazioni sistemiche. Un altro nome centrale è quello di Balakrishnan Rajagopal, relatore speciale sul diritto alla casa. Secondo UN Watch avrebbe definito gli Stati Uniti uno «Stato canaglia» e promosso una lettura del diritto internazionale come strumento «imperiale» dell’Occidente. Il rapporto lo accusa inoltre di avere giustificato o minimizzato le violenze di Hamas e di concentrare le critiche quasi esclusivamente contro Israele e Washington.
Nel dossier compare anche Ben Saul, relatore speciale ONU sul contrasto al terrorismo. UN Watch lo accusa di avere trasformato il proprio mandato in una piattaforma contro le politiche di sicurezza occidentali. Tra gli episodi citati ci sono le sue critiche alle operazioni antiterrorismo americane, le accuse contro Israele e la richiesta di incriminare esponenti dell’amministrazione statunitense. Secondo il rapporto, il mandato di Ben Saul avrebbe ricevuto finanziamenti da diversi governi occidentali e dalla Cina. Nel dettaglio, UN Watch parla di 127.209 dollari ricevuti dalla Spagna tra il 2023 e il 2025, 150.044 dollari dalla Svizzera e altri 150.000 dollari dalla Cina nel 2024, per un totale superiore ai 427 mila dollari.
Tra le figure più controverse indicate dal rapporto c’è poi Alena Douhan, relatrice speciale sulle sanzioni unilaterali. Secondo UN Watch avrebbe sistematicamente difeso governi come quelli di Iran, Siria, Venezuela, Russia, Cina e Cuba, attribuendo le rispettive crisi economiche quasi esclusivamente alle sanzioni occidentali. Il dossier insiste soprattutto sui finanziamenti ricevuti dal suo mandato. Secondo il report, l’ufficio di Douhan avrebbe ottenuto oltre 1,3 milioni di dollari da Cina, Russia e Qatar. Nel dettaglio:
- quasi 980 mila dollari dalla Cina tra il 2020 e il 2024;
- 265 mila dollari dalla Russia tra il 2020 e il 2021;
- 50 mila dollari dal Qatar tra il 2021 e il 2022.
UN Watch sostiene che la relatrice ONU non avrebbe mai chiarito in modo trasparente l’utilizzo di questi fondi, alimentando dubbi sull’indipendenza del mandato.
Il rapporto cita anche Mary Lawlor, relatrice speciale sui difensori dei diritti umani, accusata di avere sostenuto campagne anti-israeliane e di aver minimizzato episodi di antisemitismo nei campus universitari occidentali. Nel mirino finisce pure Margaret Satterthwaite, relatrice speciale sull’indipendenza dei giudici, accusata di avere preso posizione contro Israele prima ancora della conclusione di indagini indipendenti.UN Watch dedica spazio anche a Reem Alsalem, relatrice speciale sulla violenza contro le donne, accusata di avere applicato «doppi standard» nei confronti delle vittime israeliane del 7 ottobre e di avere amplificato voci considerate filoterroristiche. Nel documento compare inoltre Paula Gaviria Betancur, relatrice speciale sugli sfollati interni, accusata di diffondere narrative unilaterali sulla guerra a Gaza.Infine viene citata Ashwini K.P., relatrice speciale sul razzismo, accusata di avere assunto posizioni contraddittorie sulle sanzioni sportive contro Israele e Russia e di avere rivolto critiche quasi esclusivamente verso Stati Uniti e Israele.Uno dei capitoli più duri riguarda proprio il rapporto tra le Procedure Speciali dell’ONU e Israele. Secondo il dossier, dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e l’inizio della guerra a Gaza, il sistema dei relatori ONU avrebbe mostrato un’attenzione «ossessiva» verso lo Stato ebraico, producendo un numero sproporzionato di comunicati e prese di posizione.
UN Watch sostiene che dal 7 ottobre 2023 al 18 marzo 2026 i relatori ONU abbiano emesso 148 dichiarazioni contro Israele, contro le 64 dedicate alla guerra tra Russia e Ucraina, le 24 sul Sudan, le 62 sul Myanmar e appena cinque sull’Etiopia. Ancora più marcato, secondo il rapporto, sarebbe il numero di dichiarazioni congiunte: 106 su Israele contro 29 sulla Russia, 16 sul Sudan, 14 sul Myanmar e cinque sull’Etiopia.
Per gli autori del dossier questo squilibrio rappresenterebbe la prova di un doppio standard politico e mediatico. Le Procedure Speciali vengono accusate non soltanto di criticare Israele, ma anche di minimizzare o ignorare le violenze di Hamas, comprese le stragi del 7 ottobre. In alcuni casi, sostiene UN Watch, i relatori avrebbero addirittura amplificato narrazioni considerate vicine alla propaganda del movimento islamista palestinese.Il rapporto evidenzia anche un altro dato ritenuto significativo: nel giugno 2024 ben 25 Procedure Speciali ONU firmarono un appello congiunto per chiedere agli Stati membri delle Nazioni Unite il riconoscimento dello Stato palestinese come «precondizione per una pace duratura».
UN Watch accusa inoltre diversi relatori di utilizzare un linguaggio apertamente politico e aggressivo sui social network. Nel dossier vengono citati esempi di funzionari ONU che avrebbero definito Guantanamo un «gulag», gli Stati Uniti una «distopia» o Washington uno «Stato gangster». Secondo gli autori, il sistema avrebbe ormai abbandonato l’approccio tecnico e imparziale che dovrebbe caratterizzare gli organismi internazionali per assumere una postura sempre più ideologica. Il documento arriva in un momento particolarmente delicato per il sistema internazionale. Le Nazioni Unite sono già sotto pressione per le polemiche legate alla guerra di Gaza, alle accuse di infiltrazioni di Hamas in alcune agenzie ONU e alle crescenti tensioni geopolitiche tra Occidente, Russia e Cina. Per i sostenitori del dossier, le Nazioni Unite starebbero progressivamente trasformando i diritti umani in un’arma politica selettiva. Per i critici di UN Watch, invece, il rapporto rappresenterebbe a sua volta un tentativo ideologico di delegittimare ogni critica internazionale a Israele e alle politiche occidentali. Lo scontro, ormai, riguarda la credibilità stessa del sistema internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale.
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