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Antisemitismo, il 2025 segna un nuovo record: 963 episodi in Italia. Crescono aggressioni e discriminazioni

di Stefano Piazza e Elisa Garfagna
Il 2025 si è chiuso con un dato che non può essere archiviato come una semplice statistica: 963 episodi di antisemitismo registrati in Italia. È il numero più alto mai rilevato dall’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC da quando monitora sistematicamente il fenomeno. Un incremento del 10% rispetto al 2024, il doppio rispetto al 2023, addirittura quattro volte i casi del 2022. Ma il punto non è soltanto quantitativo. È qualitativo.Perché a crescere maggiormente non sono le offese generiche, ma le forme più gravi: le aggressioni fisiche aumentano del 225%, le discriminazioni raddoppiano. Nel 2025 si contano 18 aggressioni contro ebrei o israeliani, contro le 8 dell’anno precedente. Un dato che segna una soglia simbolica: l’odio non resta più confinato alla tastiera. Oltre il 66% degli episodi avviene online. Facebook, Instagram, X, TikTok sono diventati il principale vettore di diffusione. L’antisemitismo digitale non si presenta più soltanto con slogan espliciti, ma si maschera attraverso meme, emoji, numeri in codice – dal “14/88” alle triple parentesi – e contenuti generati con intelligenza artificiale. Un linguaggio allusivo, riconoscibile solo all’interno di subculture radicalizzate, che consente di veicolare messaggi d’odio mantenendo una parvenza di ambiguità. La matrice dominante è quella che il rapporto definisce «antisemitismo legato a Israele». Non ogni critica allo Stato ebraico rientra in questa categoria – il documento lo precisa richiamando la definizione IHRA – ma diventa antisemitismo quando alla dimensione politica si sovrappongono stereotipi antichi: l’accusa del sangue, la rappresentazione dell’ebreo come entità malvagia per essenza, la teoria del complotto globale. Israele non viene contestato come Stato tra gli altri, ma descritto come incarnazione di un male assoluto, e l’ebreo come suo rappresentante collettivo.
I picchi degli episodi coincidono con eventi geopolitici precisi: la guerra tra Israele e Hamas, la crisi con l’Iran, la missione della Global Sumud Flotilla, le manifestazioni di solidarietà per Gaza. Ma ciò che colpisce è che le ondate non si esauriscono con le tregue. L’antisemitismo appare sempre più come un fenomeno strutturale, non soltanto reattivo. Un altro elemento di forte allarme è la contrazione degli spazi di sicurezza sociale. Gli episodi non riguardano soltanto figure pubbliche, ma cittadini comuni: famiglie insultate sui mezzi pubblici, studenti discriminati nelle scuole, pazienti ebrei intimiditi in ambito sanitario, turisti israeliani allontanati da ristoranti o taxi. Manifestare la propria identità – indossare una kippah, parlare in ebraico, portare una stella di David – comporta rischi crescenti di marginalizzazione. Il rapporto fotografa anche la trasversalità ideologica del fenomeno. Neonazismo e neofascismo non sono scomparsi, ma convivono con narrazioni complottiste, ambienti radicali di sinistra, circuiti islamisti. La svastica, simbolo storicamente associato all’estrema destra, riemerge in contesti eterogenei, talvolta come minaccia, talvolta come accusa paradossale rivolta agli ebrei stessi. Un cortocircuito simbolico che segnala la perdita di coordinate storiche condivise. Continuano a rafforzarsi l’indifferenza e l’accettazione sociale dell’antisemitismo che, in certi importanti settori quali scuola, università, politica, sindacati, mondo della cultura e dello spettacolo raggiungono livelli allarmanti. Istituzioni laiche e religiose, mezzi di comunicazione, esponenti politici, mondo della cultura e dello spettacolo, social web, danno spazio a miti di accusa e narrative giudeofobiche o attaccano direttamente gli ebrei. Un caso tra i tanti è quello di Alessandro Di Battista, ex deputato del Movimento 5 Stelle, oggi influencer e polemista “antisionista”, i cui numerosi interventi contro il sionismo – definito «cancro del mondo» – e contro i sionisti – descritti come «bestie di Satana» – riempiono sale e raccolgono centinaia di migliaia di “Mi piace” sui social. Segnale di un consenso che non può essere piu’ liquidato come marginale.

Il bersaglio simbolico più ricorrente resta la senatrice a vita Liliana Segre, oggetto di centinaia di attacchi online. Ogni sua apparizione pubblica genera vere e proprie “shitstorm”, con linguaggio violento e volgare. Colpire Segre significa colpire la memoria della Shoah e, con essa, uno dei pilastri morali della Repubblica. Il dato forse più inquietante arriva da un sondaggio citato nel documento: il 14% degli italiani si dichiara favorevole all’ipotesi di espellere gli ebrei dall’Italia. Una percentuale che non può essere liquidata come marginale. Indica una frattura nel tessuto civile e una normalizzazione di idee che si pensavano confinate al passato. L’Osservatorio sottolinea che i 963 episodi registrati rappresentano solo la parte emersa, poiché il fenomeno dell’under-reporting resta significativo. Le offese verbali, soprattutto, vengono denunciate raramente. La percezione diffusa di insicurezza non è dunque solo una sensazione soggettiva. Il 2025 non consegna soltanto un numero record. Consegna l’immagine di un clima culturale mutato, in cui l’antisemitismo si diffonde in modo più capillare, meno stigmatizzato, più integrato nel dibattito pubblico. Non siamo davanti a un’esplosione improvvisa, ma a un processo di sedimentazione. La sfida non è soltanto repressiva o normativa. È culturale. Riguarda la capacità di distinguere tra critica politica e demonizzazione etnica, tra dissenso legittimo e riproduzione di miti secolari. Riguarda, in ultima analisi, la tenuta dei principi costituzionali che garantiscono libertà e uguaglianza a tutti i cittadini. Il record del 2025 non è solo un allarme per la comunità ebraica. È un indicatore dello stato di salute della democrazia italiana. Quando quasi mille episodi vengono registrati in un solo anno, quando le aggressioni fisiche triplicano, quando un italiano su sette considera accettabile l’idea di espellere gli ebrei dal Paese, non si è più di fronte a un fenomeno marginale o episodico. È il segnale di una frattura profonda nel tessuto civile. L’antisemitismo non è mai soltanto un problema degli ebrei. Storicamente è il primo sintomo di una società che smarrisce i propri anticorpi culturali, che accetta la disumanizzazione dell’altro, che normalizza l’odio. E se l’odio diventa linguaggio quotidiano, prima o poi diventa gesto. Visti i numeri, l’Italia non sta affatto bene.
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