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Il “documento esclusivo” che non prova nulla

Un’apertura studiata per scuotere il lettore e orientarne il giudizio fin dalle prime righe. L’articolo a firma Michel Sfaradi alias di Angelo Terracina, pubblicato su Il Tempo lo scorso 9 febbraio, si accredita come rivelazione decisiva sul 7 ottobre, evocando il fallimento dell’intelligence israeliana come fatto ormai certificato e suggerendo che la magistratura abbia ostacolato la piena emersione delle responsabilità. Il quadro che viene tracciato è quello di una verità trattenuta, compressa da tensioni istituzionali e giochi di potere. Ma dietro questa impostazione assertiva si nasconde un impianto narrativo che promette molto più di quanto effettivamente dimostri. Il lettore è preparato a un salto informativo. Ma scorrendo le quattro pagine, l’impressione è diversa: più che un’inchiesta rivelatoria, emerge una costruzione narrativa che amplifica elementi già noti e li incornicia in chiave polemica. Il cuore del pezzo ruota attorno al rapporto del Controllore di Stato e all’intervento dell’Alta Corte di Giustizia israeliana. L’insinuazione è chiara: la Corte avrebbe bloccato un’indagine potenzialmente esplosiva, impedendo che si arrivasse fino in fondo. È un’accusa pesante, perché suggerisce un cortocircuito tra poteri dello Stato proprio nel momento in cui si dovrebbe fare piena luce su una tragedia nazionale. Tuttavia nel testo non vengono riportati passaggi integrali delle ordinanze, non si entra nel merito tecnico delle motivazioni giuridiche, non si offre un’analisi approfondita del contesto costituzionale. Si evoca un intervento “senza precedenti”, ma il salto tra sospensione procedurale e volontà di copertura resta un’ipotesi, non una dimostrazione.
In una democrazia matura, lo scontro tra organi istituzionali è fisiologico. Può essere duro, può essere politico, ma non equivale automaticamente a un insabbiamento. Affermarlo richiede prove solide, non suggestioni. Ed è proprio qui che l’articolo mostra la sua fragilità: la gravità delle tesi non è accompagnata da un corrispettivo livello di documentazione verificabile. Anche la parte dedicata al cosiddetto “fallimento degli 007” non introduce elementi realmente nuovi. È vero che vi sia stata una sottovalutazione delle capacità operative di Hamas. È vero che l’idea secondo cui il movimento fosse interessato soprattutto alla gestione interna di Gaza abbia inciso sulle valutazioni strategiche. Ma questo è oggetto di dibattito pubblico in Israele da mesi, se non da anni. Non è una verità occultata, né un dossier improvvisamente riemerso. Presentare ciò che è già ampiamente discusso come se fosse stato nascosto al pubblico crea un effetto di rivelazione che, nei fatti, non trova riscontro.
L’articolo compie poi un altro passaggio molto discutibile quando collega in maniera quasi lineare il 7 ottobre a decisioni prese due decenni prima, come il ritiro dal Libano nel 2000 o il disimpegno da Gaza nel 2005. La narrazione suggerisce una traiettoria inevitabile, come se quelle scelte avessero determinato meccanicamente l’esito del 2023. È una lettura che semplifica un contesto estremamente complesso. In mezzo ci sono trasformazioni geopolitiche profonde, l’evoluzione di Hamas come attore militare, il rafforzamento del sostegno iraniano, cicli di conflitto ripetuti e adattamenti dottrinali. Ridurre tutto a una catena causale unica risponde più a un’esigenza di chiarezza narrativa che a un’analisi strategica completa. Manca inoltre il dettaglio tecnico che ci si aspetterebbe da un’inchiesta di questo tipo. Se si parla di fallimento dell’intelligence, occorrerebbe ricostruire con precisione quali flussi informativi si siano interrotti, quali segnali siano stati ignorati, quali livelli decisionali abbiano prodotto l’errore. Invece si resta nel campo delle affermazioni generali.
L’espressione “documento eccezionale” non è accompagnata dalla pubblicazione di estratti sostanziali che il lettore possa esaminare autonomamente. Si chiede fiducia nell’interpretazione proposta dall’autore, ma non si offre la materia prima per verificarla. Il risultato è un testo che mescola fatti noti, interpretazioni legittime e insinuazioni non dimostrate, costruendo un clima di gravità e urgenza che però non si traduce in nuove evidenze. Non si tratta di negare che vi siano state responsabilità o errori. Si tratta di distinguere tra analisi documentata e operazione retorica. La tragedia del 7 ottobre merita rigore, dati, confronto tecnico. Alla fine, più che un’inchiesta destinata a cambiare il corso del dibattito, resta l’impressione di un racconto costruito per confermare una tesi già scritta in partenza. Terracina- Sfaradi si muove con sicurezza tra insinuazioni e ricostruzioni retrospettive, ma evita il terreno più insidioso: quello della prova piena, del documento mostrato, del dettaglio tecnico verificabile. È un modo di fare giornalismo che punta sull’effetto e sulla suggestione più che sulla dimostrazione. E quando le tesi sono così ambiziose, l’assenza di fondamenta solide non è un dettaglio: è il problema.
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