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“Israele senza filtri”: quando il tifo identitario diventa un boomerang per Israele

Esiste una linea sottile tra sostegno politico e militanza cieca. Quando quella linea viene superata, il confronto si trasforma in scontro personale e l’informazione degenera in propaganda. Il canale Telegram Israele senza filtri è l’esempio emblematico di questa deriva. Non soltanto per il tono sistematicamente incendiario con cui affronta il conflitto che coinvolge Israele, ma per la modalità con cui reagisce a qualsiasi forma di dissenso, anche quando il dissenso riguarda tutt’altro. È bastato pubblicare una recensione argomentata – severa ma circostanziata – di un libro francamente scadente scritto da un loro amico perché si scatenasse una reazione spropositata. Non un dibattito sul contenuto del volume. Non una confutazione puntuale delle critiche. Ma una mobilitazione aggressiva, fatta di attacchi personali, pesanti insinuazioni, tentativi di delegittimazione. Un clima da curva ultras più che da spazio informativo. Questo episodio è rivelatore perché mostra il vero nodo della questione: l’identificazione totale tra appartenenza e verità. Se uno “dei nostri” viene criticato, la critica diventa automaticamente un attacco al gruppo. È la logica tribale applicata alla comunicazione. Ma la comunicazione tribale non rafforza una causa, la indebolisce.
Nel confronto con Hamas, Israele affronta una guerra dell’informazione sofisticata e strategica. Hamas investe nella costruzione di narrazioni emotive e simboliche capaci di influenzare l’opinione pubblica occidentale. In questo scenario, chi sostiene Israele dovrebbe avere come priorità la credibilità, la precisione, la solidità argomentativa. Invece canali come Israele senza filtri scelgono spesso la scorciatoia dell’indignazione permanente. Il risultato è controproducente. Ogni reazione scomposta, ogni attacco personale, ogni notizia rilanciata senza verifica diventa materiale per la contropropaganda. Basta una smentita documentata o un episodio di aggressività verbale per alimentare la narrativa secondo cui il fronte filo-israeliano sarebbe incapace di confronto e incline alla manipolazione. È un assist gratuito a chi lavora per isolare Israele sul piano internazionale.C’è poi un problema culturale più profondo. Israele rivendica, giustamente, la propria natura di democrazia pluralista in una regione segnata da autoritarismi e fondamentalismi. Il pluralismo implica conflitto di idee, critica, persino asprezza nel dibattito. Ma implica anche la capacità di accettare il dissenso senza trasformarlo in anatema. Se una semplice recensione negativa scatena una campagna ostile, significa che il dissenso non è tollerato, è percepito come minaccia identitaria.
Questo atteggiamento non rafforza la comunità che si vuole difendere, la rende fragile. Una posizione solida non teme il confronto. Un libro valido regge alle critiche. Un’idea forte non ha bisogno di intimidire chi la mette in discussione. Quando invece la risposta è l’aggressività organizzata, si comunica implicitamente debolezza. Il danno non è solo interno alla bolla Telegram. Israele combatte anche una battaglia diplomatica costante con Stati Uniti ed Europa. Nei campus universitari, nei parlamenti, nei media internazionali, la reputazione è un asset strategico. Se il sostegno pubblico a Israele viene associato a campagne di attacco personale e a dinamiche da branco, il costo reputazionale cresce. E quel costo non lo paga il singolo canale, lo paga l’immagine complessiva del fronte che dice di difendere.
L’illusione dell’“assenza di filtri” viene presentata come autenticità. Ma in una democrazia il filtro non è censura, è responsabilità. È verifica dei fatti, è distinzione tra amicizia personale e giudizio pubblico, è capacità di accettare che una critica letteraria non sia un atto di ostilità politica. Eliminare i filtri significa rinunciare alla qualità, non affermare la verità. Se basta una recensione per scatenare un’ondata di aggressività, il problema non è chi recensisce. Il problema è una cultura comunicativa che confonde la lealtà con l’obbedienza e il dibattito con il tradimento. Sostenere Israele dovrebbe voler dire difenderne anche il carattere democratico, la libertà di parola, la maturità del confronto. Quando invece prevale il tifo identitario, si tradiscono proprio quei valori che si dice di voler proteggere. E in una guerra dell’informazione globale, tradire i propri valori è il modo più rapido per indebolire la propria causa ma non sono certo che siano in grado di capirlo.
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