
Roberto,stai sereno
Allarme jihad in Francia: sedicenni radicalizzati fermati con esplosivi artigianali pronti all’uso

Operazione della DGSI nel Nord del Paese: uno dei due adolescenti aveva avviato la produzione di esplosivi artigianali e pianificava di colpire un luogo affollato. La Procura antiterrorismo apre un’inchiesta e riaccende l’allarme sulla radicalizzazione giovanile in Europa.
Il terrorismo jihadista in Francia torna a parlare il linguaggio inquietante dell’adolescenza. Due sedicenni sono stati arrestati martedì nel dipartimento del Nord dagli uomini della Direction générale de la sécurité intérieure (DGSI) con l’accusa di aver pianificato un’azione violenta. A confermare l’operazione è stata la Procureur national antiterroriste (PNAT), dopo le anticipazioni di Le Figaro e Le Parisien. Venerdì 20 febbraio i due giovani sono stati formalmente incriminati per «associazione a delinquere finalizzata alla preparazione di un crimine contro la persona» e «fabbricazione non autorizzata di esplosivi in relazione a un’impresa terroristica». Uno è stato posto in custodia cautelare, l’altro sottoposto a controllo giudiziario. Secondo quanto emerso dalle indagini, uno dei due adolescenti – descritto dagli inquirenti come fortemente permeabile alla propaganda jihadista – avrebbe maturato l’intenzione di colpire un centro commerciale o una sala concerti, luoghi simbolicamente e mediaticamente rilevanti. Aveva dichiarato di voler utilizzare un’arma da fuoco che progettava di procurarsi attraverso un furto.“TAP, la madre di
Satana”: l’esplosivo che preparava la cellula di Ripoll
Ma il salto di qualità investigativo è arrivato quando gli agenti hanno accertato l’avvio della produzione di TATP, il triacetone triperossido, esplosivo rudimentale ma devastante. Il giovane ha ammesso di aver acquistato sostanze chimiche per effettuare «test di combustione» nella propria abitazione.Il TATP è una firma tecnica che riporta la Francia ai giorni più drammatici della sua storia recente: fu impiegato negli Attentati del 13 novembre 2015 a Parigi e negli Attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles. Una sostanza instabile, difficile da maneggiare, ma relativamente semplice da produrre con materiali reperibili sul mercato civile. Il 16 agosto 2017, ad Alcanar (Tarragona), un’esplosione devastò una casa dove un gruppo legato allo Stato islamico stava preparando esplosivi (TATP). L’esplosione uccise due membri della cellula e mandò in fumo il piano originario di un attentato di vasta portata. Il giorno dopo si verificarono gli attacchi di Barcellona (Las Ramblas) e Cambrils. Dietro gli attentati che nell’agosto 2017 hanno colpito la Catalogna c’era un uomo solo, capace di trasformare una piccola comunità di provincia in una cellula jihadista pronta a colpire nel cuore dell’Europa. Abdelbaki Es Satty, imam marocchino di Ripoll, è stato indicato dagli inquirenti spagnoli come la mente e il regista ideologico della rete responsabile della strage sulla Rambla di Barcellona e dell’attacco di Cambrils. Nato nel 1973 in Marocco, con precedenti per traffico di droga e un periodo trascorso in carcere in Spagna, Es Satty aveva assunto il ruolo di guida religiosa nella cittadina catalana. Secondo le indagini, fu lui a radicalizzare un gruppo di giovani, molti dei quali cresciuti e scolarizzati in Catalogna, convincendoli a preparare un attentato di vasta portata. Il piano originario prevedeva l’uso di esplosivi ad alto potenziale, accumulati in una casa ad Alcanar. Ma il 16 agosto 2017 un’esplosione accidentale distrusse l’edificio e uccise lo stesso imam. Il giorno successivo, i membri superstiti improvvisarono l’attacco con un furgone lanciato contro la folla sulle Ramblas, causando 16 vittime e centinaia di feriti. La figura di Es Satty resta avvolta da interrogativi: i suoi contatti all’estero, il periodo trascorso in Belgio, i presunti rapporti con ambienti dell’intelligence durante la detenzione. Elementi che, negli anni successivi, hanno alimentato polemiche politiche e richieste di chiarimento. Ma un dato è certo: senza di lui, la cellula di Ripoll difficilmente avrebbe assunto la forma e la determinazione che portarono alla tragedia dell’estate 2017.
Radicalizzazione tra pari e dinamiche digitali
Il secondo sedicenne, pur non essendo l’artefice diretto del piano, sarebbe stato pienamente informato e avrebbe contribuito a rafforzare le convinzioni radicali dell’amico. Un meccanismo di radicalizzazione orizzontale, tra pari, sempre più frequente nelle indagini europee: piccoli nuclei, spesso senza collegamenti operativi con organizzazioni strutturate, ma ispirati da contenuti online e narrativa martiriale. Dopo 96 ore di fermo presso la sede della DGSI a Levallois-Perret, la Procura ha disposto l’apertura di un’informazione giudiziaria. Il dato più preoccupante è anagrafico. Negli ultimi anni i servizi francesi hanno registrato un progressivo abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti in percorsi di radicalizzazione. L’ecosistema digitale, tra canali criptati, propaganda riciclata dello Stato islamico e contenuti di glorificazione degli attentatori del passato, continua a esercitare un’attrazione potente su profili fragili. Secondo Elisa Garfagna esperta di radicalizzazione sul web «Siamo di fronte al Jihadismo 3.0, una minaccia atomizzata dove l’estetica dei social e la messaggistica criptata sostituiscono i campi d’addestramento. Il coinvolgimento di sedicenni e l’uso del TATP artigianale confermano una radicalizzazione “orizzontale” tra pari, alimentata da una propaganda che trasforma il terrore in una macabra gara all’identità. L’abbassamento dell’età e la scelta di obiettivi simbolici rivelano quanto il nichilismo di stampo jihadista sia diventato un virus che viaggia online, capace di colpire profili giovanissimi e fragili, anche senza legami diretti con grandi organizzazioni». La minaccia non è più necessariamente organizzata, gerarchica, transnazionale. È frammentata, spontanea, imitativa. Progetti rudimentali, armi improvvisate, esplosivi artigianali. Ma l’impatto potenziale resta elevato, soprattutto quando l’obiettivo è un luogo affollato. L’intervento tempestivo dell’intelligence ha impedito che l’embrione di progetto si trasformasse in tragedia. Tuttavia il caso dimostra che, a dieci anni dalle stragi del 2015, il jihadismo non ha cessato di attrarre nuove generazioni. Ha semplicemente cambiato forma, linguaggio e strumenti. E soprattutto, continua a cercare i più giovani.
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