
Il “documento esclusivo” che non prova nulla
ISIS in Siria, allarme ONU: attentati contro al-Sharaa e rischio ritiro USA

Il documento, trentasettesima relazione del Team di monitoraggio delle sanzioni sull’ISIS e Al-Qaida, parla di una minaccia «multipolare e complessa». Il dato più significativo riguarda l’espansione di Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), affiliata ad Al-Qaida, che ha consolidato il controllo territoriale in Mali, Burkina Faso e Niger, spingendosi verso gli Stati costieri dell’Africa occidentale. Il blocco dei rifornimenti di carburante imposto intorno a Bamako e l’utilizzo sistematico dei rapimenti a scopo di estorsione – con riscatti che avrebbero raggiunto decine di milioni di dollari – dimostrano una strategia di pressione economica volta a piegare i governi locali. Allo stesso tempo, le affiliate dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) e nella Provincia dell’Africa occidentale (ISWAP) hanno intensificato gli attacchi nel nord-est della Nigeria e nel bacino del Lago Ciad. Oltre cinquecento attacchi in dieci mesi e un crescente impiego di droni segnalano un salto qualitativo operativo. La competizione tra ISIS e Al-Qaida per il dominio territoriale in Sahel ha segnato la fine di una fase di relativa distensione e apre a nuovi scenari di conflitto intra-jihadista. Anche l’Africa centrale e orientale resta sotto pressione. Nella Repubblica Democratica del Congo le Forze Democratiche Alleate (ADF) continuano a colpire civili e sfruttano tecnologie satellitari e criptovalute per finanziare le proprie attività. In Somalia, l’ISIS è stato ridimensionato dalle operazioni antiterrorismo, ma mantiene capacità di resilienza grazie a cellule mobili e reti di contrabbando. In Siria e Iraq, l’ISIS non è scomparso. Secondo il rapporto, circa 3.000 combattenti restano attivi nell’area siro-irachena. L’organizzazione ha infiltrato strutture di sicurezza siriane di recente costituzione, ha mantenuto cellule dormienti urbane e continua a sfruttare l’instabilità politica. Dopo essere sopravvissuto a numerosi attentati terroristici legati allo Stato Islamico (ISIS), il presidente siriano Ahmad al-Sharaa – egli stesso un ex jihadista – governa con un bersaglio sulla schiena. Proprio mentre Washington riduce la propria presenza militare nel Paese, l’ISIS sta tentando di riemergere sfruttando le fragilità della fase post-Assad.
Secondo l’ultimo rapporto del team di supporto analitico e monitoraggio delle sanzioni delle Nazioni Unite, pubblicato l’11 febbraio, nel 2025 sono stati sventati cinque tentativi di assassinio contro il presidente siriano, il ministro degli Interni Anas Khattab e il ministro degli Esteri Asaad al-Shaybani. Il documento indica che Sharaa sarebbe stato preso di mira da Saraya Ansar al-Sunnah, gruppo ritenuto una copertura operativa dell’ISIS. Il quadro delineato dalle Nazioni Unite è chiaro: l’organizzazione jihadista sta sfruttando l’instabilità istituzionale e le fratture settarie della Siria per riorganizzarsi, riarmarsi e pianificare nuovi attacchi contro i vertici dello Stato e contro le minoranze religiose ed etniche. Questa dinamica coincide con la progressiva riduzione della presenza militare statunitense, finora limitata nei numeri ma determinante sul piano dell’intelligence e del supporto operativo. Un ritiro completo americano rischierebbe di vanificare un decennio di operazioni che hanno ridimensionato drasticamente le capacità territoriali dell’ISIS. Le tensioni tra Damasco e le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda e sostenute dagli Stati Uniti, rappresentano un ulteriore fattore di instabilità: un eventuale conflitto tra le due parti aprirebbe spazi immediati per la riorganizzazione jihadista nella Siria nord-orientale.
L’ISIS amplia il suo arsenale
Il rapporto ONU sottolinea come il gruppo abbia approfittato del caos seguito alla caduta dell’ex regime per acquisire armamenti pesanti, inclusi missili anticarro, sistemi di artiglieria, mortai e componenti per droni. I combattenti attivi nell’area siro-irachena sarebbero circa 3.000, con una rete di cellule dormienti distribuite anche nei centri urbani. La strategia è duplice: da un lato reclutamento e infiltrazione nelle nuove strutture di sicurezza, dall’altro attacchi mirati contro comunità minoritarie per alimentare sfiducia e polarizzazione. L’attentato contro una moschea frequentata dalla minoranza alawita a Homs e quello contro la chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco si inseriscono in questa logica di destabilizzazione settaria. Parallelamente, l’ISIS tenta di penetrare un apparato di sicurezza ancora fragile, dove migliaia di ex combattenti jihadisti sono stati integrati nelle nuove forze armate. La mancanza di un comando centralizzato pienamente consolidato e la presenza di elementi ideologicamente radicalizzati rappresentano vulnerabilità strutturali.
Un partner inaffidabile?
Le autorità siriane rivendicano risultati significativi: centinaia di arresti, decine di attentati sventati, cellule smantellate. Tuttavia, tali successi tattici non eliminano il problema sistemico. L’attacco del dicembre 2025 costato la vita a due militari statunitensi e a un interprete civile, compiuto da un membro delle forze di sicurezza con precedenti simpatie estremiste, ha sollevato interrogativi sulla reale affidabilità del nuovo apparato siriano. Il ritiro dalla base di al-Tanf e la riduzione delle forze americane inviano un segnale politico che l’ISIS potrebbe interpretare come un’opportunità strategica. La presenza statunitense ha finora garantito capacità di sorveglianza, targeting e coordinamento che Damasco non sembra ancora in grado di assicurare autonomamente. La priorità immediata dovrebbe essere evitare uno scontro aperto tra governo siriano e SDF, scenario che favorirebbe la ricostituzione jihadista. L’integrazione strutturata delle forze curde nelle nuove istituzioni militari e una gestione stabile dei campi di detenzione dell’ISIS nel nord-est rappresentano passaggi fondamentali per prevenire nuove fughe di massa e il rilancio operativo dell’organizzazione. La Siria resta un teatro fragile in cui la minaccia non è scomparsa, ma si è trasformata. La domanda strategica ora è se la riduzione dell’impegno occidentale coinciderà con una nuova finestra di opportunità per l’ISIS. In Iraq, pur indebolito, il gruppo conserva la capacità di coordinare trasferimenti di combattenti verso altri teatri, in particolare africani. Un capitolo delicato riguarda l’Afghanistan. Le autorità de facto negano la presenza di gruppi terroristici, ma nessuno Stato membro condivide questa valutazione. Il Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) ha aumentato gli attacchi contro Islamabad, mentre l’ISiS-Khorasan resta sotto pressione ma conserva ambizioni esterne. Al-Qaida continua a operare come fornitore di servizi, addestramento e consulenza, mantenendo viva l’aspirazione a operazioni “spettacolari”.
I pericoli per l’Europa e il Nord America
In Europa e Nord America il quadro è diverso ma non rassicurante. Gli attacchi sono per lo più auto-organizzati, spesso ispirati online, con un coinvolgimento crescente di minori. L’uso di piattaforme digitali, la propaganda legata al conflitto tra Gaza e Israele e la diffusione di istruzioni per la fabbricazione di esplosivi o agenti chimici rappresentano un rischio persistente. Il vero salto strategico riguarda però la tecnologia. I gruppi jihadisti hanno ampliato l’uso di comunicazioni satellitari commerciali, che consentono connessioni rapide e relativamente sicure anche in aree remote. Contestulamente , cresce l’impiego dell’intelligenza artificiale per migliorare la qualità della propaganda e rafforzare le capacità di reclutamento. Non si tratta ancora di una rivoluzione operativa, ma di un moltiplicatore di efficacia che complica gli sforzi internazionali di contrasto.Il quadro che emerge non è quello di un nuovo “Califfato” territoriale, ma di un ecosistema diffuso e interconnesso, in cui le organizzazioni jihadiste operano come reti regionali coordinate. L’Africa è oggi il laboratorio principale di questa trasformazione. Per l’Europa – e per l’Italia in particolare – il Sahel non è più una periferia strategica, ma una linea avanzata di sicurezza, con implicazioni dirette su migrazioni, traffici illeciti e stabilità mediterranea. Il messaggio del rapporto ONU è chiaro: la minaccia non è diminuita, si è trasformata. E si è spostata.
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