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Il “documento esclusivo” che non prova nulla
Terrorismo a Parigi, il ritorno di un jihadista già condannato: l’Europa di nuovo nel mirino

Tredici anni dopo la sua prima condanna per terrorismo, Brahim B. è tornato a colpire. Il suo nome è riemerso venerdì sera sotto l’Arco di Trionfo a Parigi, teatro di un nuovo attacco con coltello che ha riportato l’Europa dentro l’incubo già vissuto negli anni delle grandi offensive jihadiste. Secondo informazioni raccolte in ambienti investigativi, l’uomo era stato condannato nel 2013 a 17 anni di carcere dal tribunale penale di Bruxelles per aver accoltellato due agenti di polizia nella capitale belga l’anno precedente.
Il suo profilo era tutt’altro che sconosciuto alle autorità. Era registrato nel sistema francese Micas, misura di controllo amministrativo e sorveglianza individuale destinata ai soggetti considerati a rischio radicalizzazione. Era sottoposto a sorveglianza giudiziaria e, secondo fonti vicine al dossier, risultava ricercato. Nonostante questo, è riuscito ad agire nel cuore simbolico della Francia, prima di essere neutralizzato dalle forze dell’ordine. La Procura nazionale antiterrorismo ha confermato che è morto a causa delle ferite riportate durante l’intervento della polizia .Nato nel 1978 a Mantes-la-Jolie, nell’area degli Yvelines, Brahim B. aveva già mostrato nel 2012 una chiara traiettoria di radicalizzazione. L’8 giugno di quell’anno si era spostato a Bruxelles e, armato di coltello, si era avventato contro tre agenti impegnati in un controllo di routine nella metropolitana del quartiere di Molenbeek, uno dei nodi sensibili del jihadismo europeo. Due poliziotti, un uomo e una donna, furono colpiti sopra i giubbotti antiproiettile e all’altezza del collo. Solo per una combinazione di circostanze le ferite risultarono lievi.
Arrestato poco dopo, dichiarò agli inquirenti di voler vendicare il divieto del velo integrale imposto dal governo belga e invocò la partenza degli “infedeli” dall’Afghanistan. Il contesto era già allora incandescente: pochi giorni prima si erano verificati disordini in seguito all’arresto di una donna convertita all’Islam che indossava il niqab. L’episodio aveva scatenato tensioni e scontri alimentati da ambienti legati al movimento islamista Sharia4Belgium fondato da Fouad Belkacem, con lanci di pietre contro le forze dell’ordine. Nel 2013 la giustizia belga lo riconobbe colpevole di tentato omicidio con motivazione terroristica. L’inchiesta aveva dimostrato che aveva consultato numerosi siti jihadisti e che già nel 2007 aveva manifestato l’intenzione di partire per la Somalia per unirsi ai combattenti islamisti durante i bombardamenti americani su Mogadiscio. La radicalizzazione, dunque, non era improvvisa, ma frutto di un percorso ideologico consolidato.
Eppure la sua storia giudiziaria solleva oggi interrogativi pesanti. Nonostante la condanna a 17 anni, Brahim B. è stato trasferito in Francia il 27 gennaio 2015 in seguito al riconoscimento dell’esecutività della pena. Secondo la Procura nazionale antiterrorismo francese, è stato rilasciato già il 24 dicembre 2015 e posto sotto sorveglianza giudiziaria con un’ordinanza emessa dal tribunale di sorveglianza. Una scarcerazione anticipata che, alla luce dei fatti, riapre il dibattito sull’efficacia delle misure di controllo e sulla reale capacità degli Stati europei di gestire detenuti radicalizzati.La vicenda di Brahim B. non è soltanto la cronaca di un singolo attacco. È il sintomo di una vulnerabilità strutturale. L’Europa continua a essere il piano operativo di individui che, pur schedati, monitorati e talvolta già condannati per terrorismo, riescono a rientrare nel circuito sociale senza che il rischio venga realmente neutralizzato. I sistemi di sorveglianza amministrativa, come il Micas in Francia, rappresentano strumenti importanti, ma non sempre sufficienti quando si confrontano con profili ideologicamente motivati e pronti a colpire con armi rudimentali. Il coinvolgimento della Procura nazionale antiterrorismo e il possibile intervento della Direzione Generale della Sicurezza Interna indicano la gravità del caso. Ma il nodo resta politico e strategico: come impedire che soggetti già condannati per terrorismo tornino a trasformare le capitali europee in teatri di attacchi simbolici? Dopo Parigi, la domanda non riguarda più soltanto la Francia o il Belgio. Riguarda l’intero spazio europeo, attraversato da flussi, trasferimenti di detenuti, differenze normative e meccanismi di cooperazione giudiziaria che, se non perfettamente sincronizzati, possono lasciare varchi pericolosi. L’Europa, ancora una volta, si scopre esposta. E il ritorno di un jihadista già noto alle autorità dimostra che la minaccia non è soltanto esterna, ma annidata nelle pieghe di un sistema che fatica a chiudere il cerchio tra condanna, detenzione e reale neutralizzazione del rischio.
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