
“Ora la palla è nelle mani di Putin che dovrà dimostrare di voler davvero porre fine alla guerra”. (RTL 102.5 20.08.2025)
Siria, il ritorno dell’ISIS passa dalle prigioni: l’allarme degli analisti

Il Medio Oriente continua a essere attraversato da equilibri fragili e da conflitti mai realmente sopiti. Tra questi, la minaccia dello Stato Islamico resta una costante, capace di riemergere ciclicamente ogni volta che gli attori regionali e internazionali abbassano la guardia. Secondo un’approfondita analisi pubblicata da War on the Rocks, uno dei centri più autorevoli di riflessione sulla sicurezza globale, oggi il cuore della sfida non si trova sul campo di battaglia, ma all’interno delle carceri e dei campi di detenzione nel nord-est della Siria, dove circa 50.000 veterani jihadisti e i loro familiari attendono un destino ancora incerto. Le Forze Democratiche Siriane (FDS), sostenute dagli Stati Uniti, custodiscono circa 8.500 uomini legati all’ISIS in una ventina di strutture, mentre i campi di al-Hol e Roj ospitano rispettivamente 36.000 e 2.400 sfollati, perlopiù donne e bambini. Una popolazione eterogenea che include 15.000 iracheni e circa 8.000 cittadini stranieri provenienti da oltre 60 Paesi. Le condizioni, denunciate da Onu e Croce Rossa, sono drammatiche: fogne a cielo aperto, alloggi inadeguati, violenze sistematiche e un livello di insicurezza che ha spinto gli operatori umanitari a definire al-Hol «un campo esistenziale», dove oltre il 60% dei detenuti sono minori. Queste prigioni, sottolinea War on the Rocks, non solo alimentano ulteriormente il risentimento e il radicalismo, ma sono diventate obiettivi strategici per lo Stato Islamico. Non è un caso che negli ultimi anni il gruppo abbia ripetutamente tentato evasioni di massa, come quella dalla prigione di al-Sina’a ad al-Hasakah nel 2022, che tratteneva fino a 5.000 militanti. Servirono sei giorni di combattimenti, con il supporto delle forze speciali americane, per riportare l’ordine.
I tagli americani e il vuoto di sicurezza
Il problema si aggrava per effetto delle scelte di Washington. Già l’amministrazione Trump aveva tagliato 117 milioni di dollari di aiuti destinati alla gestione dei campi e dei database di sicurezza. Oggi si valuta anche una riduzione del contingente statunitense in Siria, che passerebbe dalle attuali 2.000 unità delle forze speciali a circa 700. Una mossa che, avvertono gli esperti, rischia di avere effetti destabilizzanti «di secondo e terzo ordine» non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente, con conseguenze dirette per la sicurezza degli alleati occidentali. War on the Rocks mette in guardia dal rischio che il disimpegno americano apra spazi allo Stato Islamico, che potrebbe così sfruttare il vuoto per rafforzare le proprie fila, rilanciare la propaganda e riprendere l’offensiva. La narrativa jihadista, infatti, trae grande forza simbolica dalle evasioni e dalla capacità di riportare in campo militanti che erano stati sconfitti.
L’ISIS non è sconfitto, è in ricostruzione
I dati parlano chiaro. Nel 2024 l’ISIS ha triplicato il numero di attacchi rispetto agli anni precedenti, arrivando a circa 700 operazioni contro obiettivi in Siria e Iraq. Azioni sempre più sofisticate, letali e pianificate, che testimoniano la resilienza organizzativa del gruppo. Nel luglio 2025, le forze statunitensi e curde hanno eliminato un leader di spicco, Dhiya’ Zawba Muslih al-Hardani, insieme ai suoi due figli adulti. Nello stesso mese, le FDS hanno annunciato l’arresto di nove jihadisti e di un narcotrafficante nelle campagne di Raqqa. Eppure, gli analisti avvertono: non si tratta di una sconfitta definitiva, ma dell’ingresso in una nuova fase di riorganizzazione. Con il ritiro parziale degli americani, tra aprile e maggio 2025 si è registrata una media di 14 attacchi al mese, segno che lo Stato Islamico è tornato a testare i margini di manovra lasciati scoperti.
Il nodo del rimpatrio: l’esempio iracheno e le resistenze europee
La questione centrale resta quella del rimpatrio dei detenuti stranieri e delle loro famiglie. Finora, 36 Paesi hanno rimpatriato almeno una parte dei loro cittadini, mentre 21 non hanno avviato alcun processo. L’Iraq si è distinto per aver accolto circa 25.000 cittadini, pari all’80% della sua popolazione detenuta nei campi siriani, ricevendo anche l’elogio del Comando Centrale americano. Altri Stati, come il Kosovo, il Kazakistan e la Macedonia del Nord, hanno avviato programmi simili, mentre il Regno Unito ha scelto una strada opposta, privando della cittadinanza alcuni jihadisti e rendendoli di fatto apolidi. Questa opzione, spiega War on the Rocks, può apparire conveniente a breve termine, ma rischia di alimentare ulteriormente la radicalizzazione, lasciando individui senza alternative se non quella di tornare nelle reti jihadiste.
Il ruolo delle organizzazioni internazionali
Accanto ai governi, anche le agenzie Onu e diverse ONG stanno cercando di colmare il vuoto. L’UNICEF lavora su programmi di reintegrazione dei minori, mentre l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine fornisce formazione psicologica e assistenza sociale. La Croce Rossa, dal canto suo, è impegnata nell’identificazione dei detenuti per favorire il rimpatrio. Programmi come il Global Community Engagement and Resilience Fund investono in percorsi di riabilitazione che includono istruzione e consulenza, soprattutto per donne e bambini.Questi sforzi, tuttavia, rischiano di essere insufficienti se non accompagnati da una reale volontà politica. In Paesi come l’Indonesia, dove oltre 400 cittadini restano nei campi di al-Hol e Roj, il rimpatrio è bloccato da anni nonostante la disponibilità delle istituzioni locali. Il quadro delineato da War on the Rocks è allarmante: senza un impegno serio e coordinato, i campi siriani rischiano di diventare «università del jihad», capaci di fornire nuove reclute allo Stato Islamico e di alimentare una nuova ondata di violenza settaria. Il tempo gioca a sfavore della comunità internazionale. Ogni anno trascorso senza rimpatri aumenta i traumi dei minori, rafforza le cellule attive nei campi e complica la futura reintegrazione sociale. Investire oggi in programmi di rimpatrio e riabilitazione è costoso e complesso, ma ignorare la questione significa pagare domani un prezzo molto più alto: il ritorno in grande stile dello Stato Islamico sullo scenario globale.
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