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Focus: Antisemitismo, IHRA e Israele: la guerra della narrazione che divide l’Occidente #israele

Il dibattito sul conflitto israelo-palestinese si è ormai trasformato in una vera e propria guerra della narrazione, che attraversa e divide profondamente le società occidentali. Al centro di questa polarizzazione vi è spesso la definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), uno strumento volto a fornire una chiara cornice per identificare e combattere l’odio contro gli ebrei, ma che è diventato esso stesso terreno di scontro. La sua applicazione solleva interrogativi cruciali sulla distinzione tra legittima critica alle politiche del governo israeliano e le forme mascherate di pregiudizio antisemita.
La narrazione “pro-Palestina”, pur veicolando istanze legittime relative alla condizione dei palestinesi, talvolta scivola in derive che, volontariamente o meno, incrociano stereotipi antisemiti o mettono in discussione il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. In questo contesto, la definizione IHRA funge da lente d’ingrandimento, svelando come certe argomentazioni, apparentemente critiche, possano celare un substrato di ostilità più profonda. Questo non esime Israele dalla critica, bensì impone un’attenzione rigorosa ai confini del linguaggio e dell’intenzione, evitando che la lotta per i diritti palestinesi sia cooptata da agende più insidiose.
La conseguenza diretta è una profonda lacerazione nell’Occidente, dove la capacità di discutere razionalmente del Medio Oriente è compromessa da contrapposizioni ideologiche e morali intransigenti. La strumentalizzazione dell’antisemitismo o, al contrario, l’accusa di islamofobia per ogni critica a Israele, impedisce un’analisi obiettiva, alimentando un ciclo vizioso di recriminazioni che mina la coesione sociale e la comprensione della complessità geopolitica.
