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Roberto,stai sereno

Nel dibattito pubblico italiano il calcio è una cassa di risonanza formidabile. Basta una frase netta, un’accusa formulata in modo assoluto, e l’eco è garantita. Ma quando si sostiene come ha fatto Roberto Saviano che finché Giuseppe Marotta avrà un ruolo nel sistema «i campionati saranno percepiti come falsati», non si è più nel campo della semplice provocazione sportiva: si entra in quello delle imputazioni reputazionalmente pesanti. Parlare di “campionati falsati” significa evocare un’alterazione della competizione, un’influenza impropria, una distorsione strutturale. È un’accusa che, anche se formulata in termini di “sensazione”, suggerisce un fatto preciso: la presenza di un dirigente renderebbe inaffidabile l’esito sportivo. Se a una simile affermazione non seguono elementi concreti – atti federali, indagini, sentenze, documenti – resta solo l’allusione.
Il calcio, del resto, è una vetrina perfetta. Polarizza, divide, garantisce visibilità immediata. Se tocchi l’Inter o uno dei suoi vertici, il dibattito esplode. E quando a intervenire è una firma nota come Roberto Saviano, l’eco è amplificato. Ma la notorietà non può sostituire la necessità di fondare accuse così gravi su fatti verificabili. Saviano non è nuovo a interventi che hanno suscitato polemiche e scontri duri sul piano mediatico e giudiziario. Nel corso degli anni è stato protagonista di controversie pubbliche con esponenti politici e figure istituzionali, con dichiarazioni che hanno generato querele per diffamazione, alcune archiviate, altre discusse nelle aule di tribunale. Il suo stile è spesso assertivo, netto, moralmente polarizzante: una cifra comunicativa che gli ha garantito centralità nel dibattito ma che ha anche prodotto contenziosi e tensioni. Non è un elemento secondario quando si formulano accuse sistemiche che incidono sulla reputazione di persone identificabili.
In questo contesto si inserisce la replica del diretto interessato. A margine dell’assemblea di Lega Serie A, intervenendo in una breve conferenza stampa in cui ha parlato anche del caso Bastoni, il presidente dell’Inter ha risposto alle accuse con parole inequivocabili: «Non so neanche chi sia, non so che ruolo abbia, non voglio neanche dargli importanza. È tutto in mano ai nostri avvocati, sicuramente». Una dichiarazione secca, che evita l’escalation verbale ma al tempo stesso segnala la volontà di spostare la vicenda sul piano legale. Nessuna contro-accusa pubblica, nessun attacco personale, ma un riferimento esplicito ai legali e alla tutela della propria reputazione. Perché nel diritto italiano la diffamazione si configura quando si attribuisce a qualcuno un fatto idoneo a lederne la reputazione in assenza di riscontri adeguati. Evocare un campionato “falsato” per la presenza di un dirigente identificabile non è un’opinione neutra: è un’affermazione che può avere conseguenze. La libertà di critica è un pilastro democratico, ma non è priva di limiti. Deve poggiare su una base fattuale e mantenere proporzione. Quando manca il fatto e resta solo la suggestione, il rischio di sconfinare nella lesione reputazionale diventa concreto. Il nodo, in definitiva, non è stabilire se il calcio italiano sia immune da opacità – nessun sistema complesso lo è. Il nodo è un altro: le accuse sistemiche non possono vivere di slogan. Se si sostiene che un campionato è falsato, occorre dimostrarlo. Altrimenti il calcio diventa il palcoscenico su cui si amplifica un giudizio, e il dibattito pubblico si trasforma in un’arena dove la visibilità conta più della prova. E quando la prova non c’è, il terreno si sposta inevitabilmente nelle aule di tribunale.
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