
Ceuta: Una rete algerina sta preparando una nuova mobilitazione a metà agosto (Le 360)
Perché nuove crisi a Ceuta e Melilla farebbero il gioco di Algeria, Iran e Russia

Le enclavi spagnole rappresentano uno dei punti più sensibili del fianco meridionale dell’Europa. Una nuova pressione migratoria metterebbe in difficoltà Madrid e l’Unione europea, con potenziali vantaggi geopolitici per attori che hanno interesse a indebolire la coesione occidentale. Le immagini delle migliaia di migranti diretti verso Ceuta e Melilla hanno riportato l’attenzione su uno dei punti più vulnerabili del confine esterno dell’Unione europea. Le due enclave spagnole in territorio nordafricano non rappresentano soltanto un nodo della gestione migratoria, ma anche un obiettivo strategico in una competizione geopolitica sempre più intensa tra Europa, Nord Africa e potenze revisioniste. Negli ultimi giorni un rapporto dell’analista spagnolo José María Gil Garre ha sostenuto che il recente tentativo di assalto alle frontiere sarebbe stato favorito da un’attività di coordinamento sui social network. Le conclusioni del documento sono oggetto di dibattito ma al di là di questo caso specifico, resta una domanda più ampia: chi avrebbe interesse a vedere ripetersi crisi migratorie di grandi dimensioni alle porte dell’Europa?
L’interesse dell’Algeria e quello dell’Iran
Per l’Algeria, il deterioramento della sicurezza lungo il confine ispano-marocchino potrebbe aumentare la pressione diplomatica sul Marocco, con il quale i rapporti restano segnati dalla disputa sul Sahara Occidentale e dallo spericolato sostegno di Algeri a terroristi del Fronte Polisario. Una crisi prolungata potrebbe inoltre mettere in difficoltà Rabat nei rapporti con l’Unione europea, costretta a concentrare risorse sulla gestione dell’emergenza migratoria anziché sul rafforzamento della cooperazione con il Regno marocchino. Anche Teheran potrebbe vedere un vantaggio indiretto in una maggiore instabilità nel Mediterraneo occidentale. La strategia iraniana punta da anni ad aumentare la pressione sull’Occidente attraverso una molteplicità di teatri di crisi, dal Medio Oriente al Mar Rosso. Un’Europa impegnata contemporaneamente su più fronti – immigrazione, terrorismo, sicurezza energetica e sostegno all’Ucraina – avrebbe meno capacità politica e militare di intervenire nelle aree di interesse iraniano.
L’interesse della Russia
Per Mosca, qualsiasi fattore che contribuisca a dividere l’Unione europea rappresenta un potenziale vantaggio strategico. Dall’inizio della guerra in Ucraina, diversi governi europei hanno denunciato campagne di disinformazione e operazioni di influenza attribuite alla Russia con l’obiettivo di accentuare le tensioni interne all’UE. Una nuova emergenza migratoria potrebbe alimentare lo scontro politico tra gli Stati membri sulla gestione delle frontiere, incrementare il consenso dei movimenti populisti e costringere Bruxelles a destinare ulteriori risorse al controllo del Mediterraneo invece che al sostegno dell’Ucraina. Non è un caso che la recente crisi di Ceuta sia stata accompagnata da un’intensa attività di disinformazione online. Secondo analisi pubblicate da ricercatori indipendenti e da diversi media internazionali, reti di account riconducibili alla propaganda russa hanno amplificato contenuti falsi o fuorvianti per esasperare il dibattito europeo sull’immigrazione. Tra le narrazioni più diffuse figuravano l’accusa che il governo spagnolo avesse deliberatamente «aperto le frontiere», che l’Unione europea stesse favorendo un’«invasione pianificata» e che Madrid avesse ormai perso il controllo dei propri confini. In altri casi sono stati rilanciati video decontestualizzati, immagini manipolate e contenuti provenienti da altri scenari di crisi, presentati come se fossero stati girati a Ceuta e Melilla. L’obiettivo di queste campagne, secondo gli analisti, non sarebbe tanto convincere l’opinione pubblica di una specifica versione dei fatti, quanto alimentare paura, polarizzazione politica e sfiducia nelle istituzioni europee, una strategia già osservata in altre operazioni di influenza attribuite a reti vicine al Cremlino.
La migrazione come strumento di pressione e il ruolo di Ceuta e Melilla
Negli ultimi anni numerosi analisti hanno descritto la migrazione come un possibile strumento di pressione geopolitica. Il caso della crisi al confine tra Bielorussia e Polonia nel 2021 è spesso citato come esempio di utilizzo dei flussi migratori per mettere sotto pressione uno Stato membro dell’Unione europea. Questo non significa che ogni crisi migratoria sia orchestrata da uno Stato, ma evidenzia come tali situazioni possano essere sfruttate politicamente da attori esterni. Le due enclave rappresentano un simbolo della presenza europea nel Nord Africa e uno dei punti più delicati della frontiera esterna dell’Unione. Un nuovo assalto di massa che potrebbe avvenire già la settimana prossima, avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre la gestione dell’immigrazione: inciderebbe sui rapporti tra Spagna e Marocco, riaprirebbe il confronto sulle politiche migratorie europee e potrebbe essere sfruttato da diversi attori internazionali per alimentare tensioni politiche e sociali. Per questo motivo, al di là delle polemiche sulle responsabilità dell’ultima crisi, la protezione di Ceuta e Melilla è ormai considerata non soltanto una questione di ordine pubblico, ma anche un tema di sicurezza nazionale ed europea. L’eventuale ripetersi di assalti di massa favorirebbe innanzitutto chi ha interesse a vedere un’Europa più divisa, impegnata nella gestione di crisi interne e meno capace di agire con una linea comune sul piano internazionale.
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